INDICE

IPAZIA

Filosofa e scienziata vissuta ad Alessandria d’Egitto tra la fine del IV e l’inizio del V secolo d.c.; fu uccisa, addirittura fatta a pezzi, dai parabolani (monaci-barellieri) del vescovo cristiano Cirillo santo e dottore della chiesa. E’ simbolo del libero pensiero al femminile.

« ὅταν βλέπω σε, προσκυνῶ, καὶ τους λόγους. τῆς παρθένου τὸν οἶκον ἀστρῷον βλέπων
εἰς οὐρανὸν γάρ ἐστι σοῦ τὰ πράγματα, Ὑπατία σεμνή, τῶν λόγων εὐμορφία, ἄχραντον ἄστρον τῆς σοφῆς παιδεύσεως ».

« quando ti vedo mi prostro a te e alle tue parole,
mentre guardo verso la casa astrale della giovane donna infatti è proprio verso il cielo che è rivolto ogni tuo atto, Ipazia maestosa, bellezza del pensiero, astro non contaminato, puro della sapiente cultura ». (Pallada,1 Antologia Palatina, IX, 400)2

Dal greco ύπατος (iùpatos), che è in cima, più elevato, sommo, il migliore; al femminile ύπάτη (iùpate), nella lira è la corda più elevata;

ύπατος è il Console romano. Il termine ha la stessa base semitica di άπò (sopra): dall’ugarittico ap; ebraico ap o af con il significato di punta, cima, chioma di un albero, parte superiore.
Non possiamo non citare altri termine greci affini al precedente per assonanza e radice: ύπέρ (iupèr) sopra, oltre, di là; tedesco über, latino
super; antico ittita upári; accadico ebar di là, oltre; assiro ebáru oltrepassare, andare al di là del fiume e υπάρ (iupàr), che partendo dall’antonìmo (parola che ha il significato opposto all’altra) όναρ (ònar) sogno, richiama ύπνος (iùpnos)sonno, sopore; su base accadica šupu far apparire, da απύ (apù) divenire visibile, ma anche vedere (nel senso di vedere oltre, rivelare), detto del veggente.3


note
1 Pallada d’Alessandria detto il Meteoro, cioè il Superbo è poeta e grammatico greco che visse tra la seconda metà del iV e, forse, l’inizio del V secolo d.c. ad Alessandria d’Egitto
2 wikipedia.it
3 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 pp. 299 – 300

(torna al MENU)

ALTO 

Come elevato ma anche profondo come ciò che è oltre il campo, oltre la superficie percepibile

Alto come aggettivo, che si eleva verticalmente dal suolo o da un altro piano di riferimento in misura più o meno grande. Profondo detto di massa liquida. Acuto, elevato detto di una nota o suono. Ma anche nobile, di importanza, di qualità, di classe.
Come sostantivo, la parte più alta di qualcosa.1
In latino altus, a, um , posto in alto, elevato, copioso, rigoglioso. Ma anche profondo, posto in profondità.2
Da alo, -is, alui, altum, alitum, ere nutrire, alimentare, sostenere, mantenere.3 Dall’accadico alu, elu alto, lungo. Dal greco αλδαίνω (aldaìno) rinvigorisco, faccio crescere robusto, forte ha la stessa origine di alo con la base corrispondente ad accadico da’ anu (divengo vigoroso); da confrontare con la preposizione accadica al (sopra) e alidanu (progenitore, vecchio), alidu (padre), alittu (madre). Adultus richiama la forma verbale da alu, elu, ullu, cresciuto e alumnus si riporta ad un originario alup-nus: accadico alapu, elepu (essere cresciuto insieme).4
Sorprendentemente alto ha anche il significato di profondo. Come aggettivo: che presenta una notevole distanza tra la superficie e il fondo; che penetra molto addentro (mente che penetra acutamente le cose); si dice di sentimento vivamente vissuto. Come sostantivo: la parte più profonda, più interna. In psicologia l’inconscio (psicologia del profondo di junghiana memoria).
Dal latino profundis, -a, -um composto da pro- davanti, oltre e fundus, -i fondo, piano; letteralmente: ciò che è oltre il piano, la superficie, il campo.
Acuto, dal latino acutus, -a, -um (aggettivo) appuntito, aguzzo, acuminato. Relativamente ai sensi fine, sviluppato; ai suoni stridulo, acuto.5


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 138
2 alta mente repostum, riposto nel profondo dell’animo, Virgilio – Eneide 1. 26
3 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 175
4 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p.337 5
5 l’Enciclopedia Dizionario di Latino, Op. cit., p.94

(torna al MENU)

ANTROPOLOGIA

quello con la faccia con la barba
alto, nobile e uomo libero

L’antropologia studia l’uomo sotto diversi punti di vista: sociale, culturale, morfologico, psico-evolutivo, artistico-espressivo, filosofico-religioso ed in genere dei suoi comportamenti all’interno di una società. L’antropologia è suddivisa in due aree principali: l’antropologia fisica (o “antropologia biologica”), che studia l’evoluzione e le caratteristiche fisiche degli esseri umani, la genetica delle popolazioni e le basi biologiche dei comportamenti della specie umana e quella demo-etnoantropologica, che si occupa degli aspetti socio-culturali ecc. (ad esempio le reti di relazioni sociali, i comportamenti, usi e costumi, gli schemi di parentela, le leggi e istituzioni politiche, le ideologie, religioni e credenze, gli schemi di comportamento, i modi di produzione e consumo o scambio dei beni, i meccanismi percettivi, le relazioni di potere). Grande importanza ha per tale area di studi la ricerca etnografica, spesso considerata come base imprescindibile per riflessioni teoriche ed eventuali comparazioni.1
Dal greco άνθρωπος, -ου (àntropos, àntropu), adulto, “quello barbuto”, uomo.
È presente la stessa base di ανήρ, ανδρός (anèr, andròs), latino vir, viri uomo, persona; vira, ae donna.2
Diverso da homo, -inis uomo, essere umano, inteso come genere umano.3
Collegata ad ανήρ, ανδρός (anèr, andròs) c’è il termine greco antico di άναξ, -κτος (ànax, ànactos), signore, sovrano; dal sumerico an, anna signore appunto, detto originariamente degli dei, con la radice –θρ- (-tr-) di άνθρωπος (àntropos) è accadico tarru o darru (barbuto). La terminazione -ωπος (-opos) richiama l’accadico appu, ebraico ap punta, guancia, mento. Letteralmente “quello con la faccia con la barba” (n.d.a.).
Ανήρ (anèr) dal sumerico ner signore, herr in tedesco e ά- ricalca la base antica che ritroviamo in άναξ (ànax) dal sumerico an alto, mentre la radice -ήρ (-er) richiama una base corrispondente a latino erus, herus, ebraico hor nobile, libero, mentre il genitivo di ανήρ, ανδρός (anèr, andròs) richiama la base corrispondente ad accadico anduraru ad indicare “uomo libero”.4
Abbiano nominato prima il latino vir, viri dal sumerico ir, uomo, forte, giovane, efficiente; dal fenicio ‘adr, ebraico ‘addir nobile, potente che richiama il greco antico ανδρ– (andr-).5 Mentre homo, -inis uomo, indeterminatamente maschio o femmina dal sumerico umun signore, uomo ragguardevole, herr.6
Appropriato è l’assunto più volte richiamato dagli autori della maldestra deformazione funzionale delle etimologie delle parole a fini religiosi come nel caso di far derivare homo da humus: terra , ricco di umori, fatto di terra, fatto di “creta”.


note
1 wikipedia.it
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 2305
3 ivi p. 949
4 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue
indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 29 – 30 5 ivi p. 614
6 ivi p. 427

(torna al MENU)

ARTE 

Dapprima è abilità magica, poi è intelligenza creativa ed ora è tecnica

Attività umana che si compie con l’ingegno1 e secondo regole dettate dall’esperienza e dallo studio, volta a creare opere cui si riconosce un valore estetico. Insieme di tecniche e di regole dettate dall’esperienza e dallo studio atte a svolgere un’attività, un mestiere, una professione.2
Dal latino ars, artis3 abilità, che ci rimanda ad una capacità acquisita con l’esperienza, con l’esercizio, contrapposto a natura, -ae  nel senso di predisposizione naturale che ci richiama il termine ingenium. Tra le pieghe il latino ha mantenuto e conservato un significato antico di arte magica, magia.
Semerano ci dice che, solo tardivamente, ha preso il significato dal greco τέχνη (tècne), cioè saper eseguire materialmente un lavoro frutto dell’intuizione e del genio. Dall’accadico taqanu disporre in ordine e teqnu abbellimento.
Etimologicamente affine all’altro termine ἀρετή, -ῆς (aretè, -ès) virtù, dal sumerico aratta eccellenza, ar gloria. Viene accostato ad ἀραρίσκω (ararìsco) compongo, lego e ἀρμόζω (armòsco) congiungo, ἀρμός (armòs) giuntura, ἀρμονία (armonìa) giuntura, connessione, armonia4 in quanto accordo di suoni e all’avverbio greco ἂρτι (àrti) tradotto letteralmente in precisamente, ora appunto; si richiama ad ἀρετή (aretè) virtù, al latino ars, artis che denotano l’essere adatto, connesso. Il valore fondamentale ritorna nel suo significato di  ordinare, accostare, da cui ἒτι (èti) in greco ed  et  in latino, ebraico e fenicio (insieme, con).
La voce latina ars viene legata ad una radice er / ar, dall’accadico harasu compongo;
da confrontare, attraverso le voci secondarie del vocabolario, ma di grande fascino, con l’aramaico hars abilità magica.5


note
1 Facoltà dell’uomo di intuire, di apprendere con prontezza, capacità, intelligenza creativa. Dal latino ingenium, ii neutro. Nelle persone è disposizione naturale, indole, talento, genio; rivolta alle cose sta a significare invenzione, trovata ingegnosa. Composto da in – dentro e geno, -is e gigno, -is, genui, genitum, gignere genero, do alla luce, partorisco, produco, creo: a confermare con la preposizione in – dentro e il verbo generare il significato ambiguo di indole, carattere innato.
l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica pp. 900 – 1076
2 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 242
3 l’Enciclopedia Dizionario di Latino Op. cit., p. 230
4 Armonia è moglie di Cadmo e figlia di Ares e Afrodite. Enciclopedia dei miti. Garzanti, p. 69
5 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 35 – 36 – 38 -290

BUIO 

è agito dall’uomo, è una realizzazione della mente

Come aggettivo scuro, senza luce, in senso figurato accigliato, corrucciato, ma anche di difficile comprensione, oscuro. Come sostantivo maschile oscurità, buio molto fitto, pesto, è mancanza di luce; essere all’oscuro, nell’ignoranza di un fatto. “Mettere al buio” ad intendere mettere in prigione e “fare un salto nel buio” in senso figurato è affrontare un’impresa di cui è impossibile prevedere i rischi e gli esiti. “Fare il buio” su una vicenda, coprirla, fare in modo che non se ne parli e non venga in luce la verità.1
Dal latino volgare buriu(m) variante del latino2 burrus, -a, -um dai capelli rossi, rosso dopo aver bevuto e mangiato.3 Semerano riporta un improbabile accostamento al greco πυρρός (piurròs) rosso, fulvo;4 escludendo un prestito diretto dal greco, richiama la voce latina corrisponde all’accadico burruqu con la faccia rubiconda e i capelli rossi.
L’oscurità è assenza di luce, mancanza di intelligibilità (p. es. di un testo), di notorietà, di fama , di cognizioni o di notizie.5 Dal latino obscurus, -a, -um oscuro, tenebroso. Dalla radice indoeuropea skeu- coprire, col prefisso ob- e col significato originario di coperto, riferito al cielo; da confrontare con l’antico nordico sky’ nuvola, passato nell’inglese sky cielo.6 Per G. Semerano obscurus deriva dall’accadico sikkuru buio dove sikkur è chiusura e urru, uru è luce, quindi occlusione alla luce.7
L’etimologia delle due parole ci aiuta a svelare la sottile differenza di significato e di senso dei termini, ma di assoluto fascino: il buio è agito dall’essere umano (è soggettivo) nel senso che lo realizza mentalmente, è una fantasia di “far sparire il mondo inanimato alla nascita” o addirittura una “pulsione di annullamento” verso il diverso da se(non esiste!).8 L’oscurità invece è determinata da eventi che “coprono, velano” la fonte della luce, ne impediscono l’irraggiamento (è un fatto oggettivo).


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 440
2 l’Etimologico di A. Nocentini Le Monnier p.157
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 355
4 ivi p. 245
5 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2099
6 l’Etimologico di A. Nocentini Le Monnier p.797
7 G. Semerano, Op. cit., p. 491
8 M. Fagioli Istinto di morte e conoscenza L’asino d’oro edizioni p. 91

 

(torna al MENU)

CLESSIDRA

che ruba, sottrae acqua

Anticamente si diceva clepsidra dal latino clepsydra, -ae orologio ad acqua usato per misurare il tempo concesso agli oratori o ai declamatori nelle scuole di retorica.1 Oltre che ad acqua è anche a sabbia, formato da due recipienti di vetro comunicanti per mezzo di un foro sottile, attraverso il quale il contenuto passa lentamente e uniformemente da un recipiente all’altro, misurando il tempo (vedi).2
La prima indicazione storica della clessidra è rappresentata da una iscrizione egiziana del 1580 a.C.. Il più antico esemplare fu ritrovato nella tomba del faraone Amenhotep I° del XV sec. a. C.
Originariamente, dicevamo, era ad acqua e consisteva in un recipiente con un foro sul fondo posto più in alto di un altro che riceveva, per caduta, il liquido posto nel primo, da quì il significato letterale di “ruba acqua”.
Dal greco κλεψύδρα (clepsìudra) composto dal verbo κλέπτω (clèpto) rubo, opero nascostamente, sottraggo e dal sostantivo ὒδωρ -ατος (ìudor -atos) acqua, ma anche per l’appunto “acqua della clessidra” cioè tempo assegnato all’oratore, determinato dall’acqua che scendeva nella clessidra.3
G. Semerano ci ricorda che κλέπτω (clèpto) ha anche il significato di occulto e che κλοπή (clopè) è furto e che, termine più ricco di fascino, è inganno; da qui per assonanza ci rimanda al verbo greco καλύπτω (caliùpto) e Καλυψώ (caliupsò) Calipso (colei che nasconde)4 ed ancora a κέλυφος (chèliufos) buccia, guscio. Dall’accadico quleptu buccia, scaglia, pelle.5


note
1 l’ Enciclopedia Dizionario di Latino la Biblioteca di Repubblica p. 368
2 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano Op. cit. p. 627
3 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 1313
4 Calipso è una ninfa che viveva nell’isola di Ogigia accolse Ulisse naufrago, lo amò e lo tenne con sé parecchi anni offrendogli invano l’immortalità. Ulisse conservava in fondo al cuore il desiderio di tornare ad Itaca da Penelope e non si lasciò sedurre. A malincuore Calipso lasciò partire l’amato… Enciclopedia dei Miti editore Garzanti p. 101
5 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 131 – 142

(torna al MENU)

COLPA

la causa che dà la sensazione che fa
“accendere il viso”

La colpa è un atto, un comportamento che contravviene a una norma giuridica o morale; causa che determina anche involontariamente un effetto dannoso; azione illecita od omissione da cui, per negligenza o imperizia o inosservanza di norme giuridiche, deriva un danno ad altri.
Il “senso di colpa” in psicologia è una sensazione di rimorso conseguente a un’azione avvertita dal soggetto come riprovevole; anche, sentimento generico di colpevolezza.
In psicoanalisi è uno stato o atteggiamento inconscio che induce il soggetto a comportamenti autopunitivi.
Dal latino culpa, -ae colpa, comportamento illecito, fallo, errore, peccato, difetto.
La voce originaria deve aver subìto – dice Semerano – una interferenza con una base simile a καλύπτω (calùpto), occulto, nascondo. Dall’accadico sulpu, misfatto, salpu, disonesto. Ma culpa originariamente stava ad indicare “la sensazione che fa accendere il viso” dall’accadico qalu-appa, accendere il viso. Sempre dall’accadico qalu ardere, affine a “calor, -oris” e appu viso.
La parola colpa richiama un altro termine, peccato. Ma mentre la prima vuole indicare una trasgressione involontaria, alcune volte non cosciente, verso l’altro; la seconda nasce dalla libera scelta, consapevole, dichiarata di rompere con il “trascendente” e si carica di intenzionalità.
Intimamente connesso con il peccato, per la religione cristiana, c’è il “peccato originale”, cioè lo stato di colpa che ogni essere umano contrae nascendo, come retaggio del peccato di disobbedienza commesso dal primo uomo, Adamo, che trasgredì la legge divina; si cancella con il battesimo. Sta ad indicare uno stigma connesso alla nascita da cui non ci non si può liberare, ci si convive per sempre e nasconde una forma di controllo, da parte della religione, per limitare la libertà, ma è causa di malattia mentale. Un difetto connaturato, antropologico della realtà umana: niente di più falso! (n.d.a.)
Dal latino pecco, -as, -avi, peccatum, -are sono difettoso, manchevole, commetto errore. Si ritiene che il significato originario fosse inciampare, fare un passo falso come dall’accadico pessum, che zoppica e pahahu, divenire debole, manchevole.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 653
2 Nel significato di peccato (specie di amori illeciti) hoc praetexit nomine culpa sotto questo nome (cioè, matrimonio) maschera il suo peccato, Virgilio, Eneide 4. 172 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 498
3 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 378
4 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano Op. cit., p. 2196
5 G. Semerano, Op. cit., p. 509

(torna al MENU)

CURA

in latino è preoccupazione, affanno, oppressione
al meglio è prendersi cura

Pensiero attento e costante, occupazione, attività in cui si è impegnati (a cura di…nei frontespizi dei libri indica chi ha scelto e commentato i testi). In letteratura sta ad indicare affanno, preoccupazione; in medicina è l’insieme dei rimedi usati per guarire da una malattia (la terapia) ed indica l’opera prestata da un medico per guarire un ammalato.1
Dal latino cura, -ae cura, preoccupazione, ansia, attenzione ( con il dativo della persona che si prende cura: preoccuparsi o interessarsi di….); nella gestione dello Stato con il significato di funzione, amministrazione, incarico (omnis cura rerum pubblicarum ogni responsabilità di governo Sallustio de bello iugurtino 3. 1); in giurisprudenza sta per curatela cioè curare gli interessi, per esempio, di un minore. Ma anche afflizione, affanno, pena, sofferenza d’amore, passione ( iuvenum curas le pene d’amore della gioventù, Orazio Ars 85). In medicina col significato di trattamento, terapia.2
Dall’accadico kuru oppressione, depressione e karum essere oppresso.3
Il verbo latino curo, -as, -avi, -atum, curare è prendersi cura di, accudire4
In greco antico curare si dice τηρέω (terèo)5 nel significato di custodire, sorvegliare, stare a guardia, aver cura di. Ma anche prestare attenzione a, osservare attentamente, vigilare, sorvegliare, mantenere un impegno.6 Dall’accadico teru custode, tara’u custodire.7


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 803
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica pp. 506 – 507
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 379
4 ivi pp. 508 – 509
5 in greco τηρε – ποιέω (tere – poièo) terapia, produrre la cura e τηρε – ποιε- τέχνη (tere – poie – tècne) terapeutico, arte del produrre la cura. Tipico esempio della diretta derivazione dal greco di molte parole italiane come terapia e terapeutico. (n. d. a.)
6 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto
Le Monnier-Firenze 1975 p. 1280 7 G. Semerano, Op. cit.,p. 291

(torna al MENU)

DEMOCRAZIA 

Anticamente stava ad indicare il dominio da parte di pochi

Forma di governo in cui la sovranità appartiene al popolo, che la esercita direttamente o attraverso rappresentanti liberamente eletti. Può essere diretta, indiretta, parlamentare, rappresentativa, costituzionale, quando è regolamentata da una costituzione (legge fondamentale, superiore a ogni altra, che definisce i diritti e doveri dei cittadini e l’ordinamento dello stato).1
Dal greco δημοκρατία (democrazìa) governo popolare, democrazia. Composto da δῆμος (dèmos), abitanti, popolo, cittadini, popolo sovrano e κρατέω (cratèo) governare, avere il potere, essere forte; ma anche prevalere, dominare, comandare.2
Δῆμος, -ου (dèmos, -u) popolo, anche se il suo significato originario è parte e si richiama alla radice di δαίω, δαίομαι (daìo, daìomai) divido, separo, compartisco. Dall’accadico damu, sangue, parentado, stirpe; ebraico dam, sangue. Κρατέω e κράτος (cratèo e cràtos) in greco antico è forza vittoriosa, forza dominante, in accadico qardu, forte, potente.3
Quindi, tanto tempo fa, il significato di δημοκρατία (democrazìa), letteralmente era il predominio, κρατέω (cratèo) di pochi δῆμος, -ου (dèmos, -u) come parentado, ristretta cerchia, su molti, il popolo.


note
1 Dizionario Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 770
2 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 pp. 288 – 736
3 G. Semerano Diz. Etimo. pag 150

(torna al MENU)

DIVERSO

come trebbiare il grano per separare i chicchi dalla paglia

Come aggettivo è usato nel senso che differisce, dissimile, distinto, ma anche discorde, contrastante, fino ad essere usato nel significato di strano, insolito.
Come sostantivo la persona la cui realtà (condizione) differisce da quella che per i più è la normalità. Come avverbio -diversamente- ad indicare in altra maniera, in modo diverso, altrimenti.1
È un termine che palesemente afferma un giudizio sospettoso o negativo, anzi un pregiudizio su chiunque si discosti da un sentire comune e dalla norma generale.Tutto ciò che è identitario o originale è da tenere a debita distanza, da considerare all’opposto. (n.d.a.)
Dal latino diverto, -is, verti, versum, ere allontanarsi da, separarsi da, andare in direzioni opposte o contrarie, marcare una differenza. 2
Composto dal prefisso di (s)- e il verbo verto volgere, voltare.3
Dis esprime separazione, senso contrario, negazione; ricco d’immagini e di significato, a conferma di quanto affermato con la nostra ricerca, è l’uso del prefisso nella parola “discernere” che richiama le finalità di trebbiare il grano per separare i chicchi dalla paglia, nel suo valore originario svela che la base dis- è calcata sulla base verbale dell’accadico dis di diasu, dasu, in aramaico, arabo, ebraico dus trebbiare e cerno divido il grano dalla paglia, passo al vaglio.4
In greco διά (dià) il cui significato originario è “separatamente”, cioè da una parte, da un lato, poi, nel tempo, attraverso. Dall’accadico “idu“, dal sumerico “da” lato, parte, idisam separatamente.5
Il verbo verto originariamente sta a significare scorrere, volgere, girare. In sanscrito vartanih cammino, corso, vartma traccia, cammino; in accadico bertu corso d’acqua ha un significato, anche se secondario, di voltare, piegare.6


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 952
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 613
3 ivi p. 2278
4 precisa Semerano, con grande fascino, che cerno è sotto la suggestione semantica di “fare dei mucchi separati di grano e di paglia; dall’accadico karum mucchio di granaglie. G. Semerano Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p.365
5 G. Semerano, Op. cit., pp. 74 e 385
6 ad avvalorare, anche in questo caso, la nostra ricerca che il dis di diverso va a rafforzare “il voltare -all’opposto- del corso d’acqua” ivi p. 610

 

(torna al MENU)

DUE

ad indicare un’asta accanto all’altra … II a significare rapporto

Numero naturale che corrisponde ad una unità più uno; nella numerazione araba è rappresentato dal simbolo 2, in quella romana da II. Con valore indeterminato per indicare una piccola quantità.1
È il primo numero primo e l’unico ad essere pari: tutti i primi sono dispari tranne 2, che è il più strano di tutti; 2 in quanto tutti gli altri numeri sono divisibili per 2. La successione dei numeri primi inizia con 2, 3, 5, 7, 11, 13, 17, 19, 23, 29, 31, 37 …
Quello di numero primo è uno dei concetti basilari della teoria dei numeri.3
Dal latino duo, duae, duo, in greco δύο (duo), epico δύω (duo). Antico indiano duva, gotico twai , tedesco zwei. Accadico tu”uwu (tu”umu), ta”uwu, ta”umu doppio; tu’amu gemello, cioè posto uno accanto all’altro, come risultato del segnare graficamente “due” con due aste appaiate, due tratti gemelli ( II ); in inglese twin gemello, two due.
Il numero II, l’uno di seguito all’altro come addendo che concorre al risultato di 2: questo è il sistema più antico e costante di indicare tale numero.4
Affascinante è il grafico che rappresenta l’evoluzione dei segni: II, P, 2.
Sempre dal latino di (s) – (vai a diverso), cioè “due volte”: in analogia con il sistema di segnare una unità accanto a un lato dell’altra. Il significato affine è “appresso, accanto, di faccia”, dall’accadico dais, tais, preposizione basata su un avverbio formato da accadico itu, idu lato.
Calcato su una base corrispondente all’avverbio accadico idisam ( uno con uno ).
Ancora dal latino bis due volte. Come dis, tris, anche bis riproduce la desinenza -is
dell’avverbio accadico itu, idu. Sempre dall’accadico bis poi, dopo e il sumerico bi accanto, con: conferma il sistema grafico di rappresentare la seconda unità con un’asta accanto all’altra.
Dicevamo nel sottotitolo…a significare rapporto… tra gli esseri umani e proprio tra uomo e donna. Nello specifico ci viene incontro la parola, direttamente legata a due, che è duale,<sup>5</sup> indica l’insieme di due persone in particolare nel numero grammaticale che certe lingue distinguono dal singolare e dal plurale in tutte o in alcune parti variabili del discorso. Si usa quando vogliono indicare con precisione due esseri e il processo verbale di cui sono protagonisti.
Duale appare nella fase più antica di alcune lingue ma tende a scomparire sostituito da un generico plurale, tranne che nell’arabo odierno.
Che sia voluto anche grammaticalmente ad avvalorare l’annullamento millenario della donna perpetrato da religione e ragione? (n.d.a.)


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 981
2 In matematica, un numero primo è un numero naturale maggiore di 1 che sia divisibile solamente per 1 e per se stesso; al contrario, un numero maggiore di 1 che abbia più di due divisori è detto composto. Ad esempio, 2, 3 e 5 sono primi, mentre 4 e 6 non lo sono perché sono divisibili rispettivamente per 2 e per 2 e per 3.
3 Non è noto quando si è formato il concetto di numero primo, tuttavia un segnale che fa supporre una qualche consapevolezza della diversità di tali numeri si ha con il cosiddetto “osso d’Ishango”, un reperto osseo di babbuino datato al Paleolitico superiore ( 20.000 a. C.), in cui compaiono dei segni (scalfitture) rappresentanti i numeri primi compresi tra 10 e 20.Ricercatori esperti hanno ipotizzato che lo strumento sia stato realizzato da una donna; infatti rappresenterebbe il tracciamento delle fasi lunari in relazione al ciclo mestruale.Per trovare un altro segno di questa consapevolezza bisogna recarsi in Mesopotamia ed aspettare il secondo millennio a.C.; a tale periodo appartengono infatti alcune tavolette contenenti le soluzioni di alcuni problemi aritmetici che, per essere svolti, richiedono una buona conoscenza della fattorizzazione in numeri primi.Allo stesso millennio appartiene anche il papiro di Rhind (trascritto intorno al 1650 a.C.)
wikipedia. it
4 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue
indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 79 5 sapere.it

(torna al MENU)

ENERGIA

Connessa alla tessitura dove elementi diversi, trama e ordito, fanno un manufatto del tutto nuovo rispetto agli elementi originari

Le definizioni più comuni di energia sono: vigore fisico, forza dei muscoli, fermezza di carattere, risolutezza. In fisica si parla di una grandezza che esprime l’attitudine di un corpo a compiere un lavoro e il lavoro è trasferimento o sottrazione di energia cinetica su un corpo, compiuto da una forza.
Partiamo dalla prima definizione che conosciamo, quella di Aristotele, che definisce la energia attività che trasforma la potenza in atto fino ad arrivare alla famosa formula di Einstein: E = mc2, rivoluzionaria equazione fisica che stabilisce che l’energia (E) è uguale alla massa (m) per il quadrato della velocità della luce (c). Questa formula è stata recentemente confermata dalla scoperta del “bosone di Higgs”, fenomeno in cui, semplificando al massimo, non è più la materia che diventa energia, ma l’energia che diventa materia.
Lasciamo la scienza e rivolgiamoci all’arte e alla realtà psichica: per l’essere umano cosa è la materia, cosa è l’energia? Ebbene, non è più una equazione, ma una trasformazione, e questo sì che riguarda la creatività.
Le due parole hanno contenuti nuovi, mai pensati prima: ”Non esiste la scissione tra materia e spirito” afferma Massimo Fagioli ”perché il pensiero sorge dalla realtà biologica, stimolata dalla luce che è energia… la fantasia di sparizione è simultanea allo stimolo luminoso, perché la sostanza cerebrale ha, in sé, la vitalità”.1
Andiamo al lavoro etimologico e iniziamo il nostro cammino nel tempo. Energia viene dal latino energia, -ae forza, dal greco ενεργός (energòs), che significa attivo, in attività, al lavoro, produttivo ad indicare il terreno e fruttifero per il denaro impegnato.2 La parola è composta da εν (en) dentro e έργον (érgon) lavoro, opera. Έργον ha significati connessi originariamente a quella attività fondamentale dell’uomo che è la tessitura, e in generale ai lavori meccanici in cui diversi elementi vengono composti per dare un corpo ad un oggetto. Ne possiamo dedurre che la composizione di molti oggetti non fanno la loro somma, ma produce una nuova realtà unitaria, abbiamo cioè una trasformazione. Dall’accadico warahu e rakasu connettere, fabbricare; dall’ebraico arag tessere e ereg tessitura. Un’altra etimologia che riguarda il nostro temine, molto nota, è quella del latino vis forza, potenza, energia; dal sanscrito váyah forza vitale; dal sumerico gis forza.Come non pensare anche alla parola vir, -i uomo, forte, potente. Dal sumerico ir uomo, specificatamente giovane, efficiente.3 La storia della parola, riguardo all’essere umano, si ferma alla forza fisica, all’abilità, all’aspetto materiale, tutt’al più c’è un nesso con il genere maschile ma sempre per la prestanza fisica.
Ben altri aspetti, come abbiamo visto, ha il termine energia se legata alla realtà psichica, in cui la centralità del movimento con l’inizio della vita ci permette di accedere ad un’altra parola complessa e ricca di storia: il tempo.


note
1 M. Fagioli, La pulsione di annullamento, in “left”, 22 luglio 2011. E ancora ”Avevo visto senza verifiche sperimentali, che la vita inizia con lo stimolo della luce che, giungendo sulla rètina, dà il tempo del movimento alla sostanza cerebrale. Prima che il fotone arrivi alla rètina, c’è una esistenza che non è vita umana, perché non c’è il pensiero”; M. Fagioli, La vita umana è fantasia di sparizione.
left, 21 ottobre 2011.
2 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 425
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 96-614

(torna al MENU)

ETIMOLOGIA

il significato autentico, vero, reale, certo della parola

L’etimo è la forma scritta più antica, documentata e ricostruita, cui si possa risalire, percorrendo a ritroso, la storia di una parola; detta in modo semplice ed efficace è la “radice più profonda” della parola.
L’etimologia è la scienza che studia la storia delle parole indagandone l’origine e l’evoluzione fonetica, morfologica e semantica.1
Dal greco ἒτῦμοσ, -ον (ètiumos, -on) vero, reale, certo. Il neutro ἒτῦμον (ètiumon), come avverbio, veramente, realmente; come sostantivo ad intendere letteralmente “il significato autentico della parola.2
Semerano ci rimanda al greco ἐτεός, -α, όν (eteòs, -a, -on) vero, reale, evidente, il cui antecedente è l’accadico ketum verità, veridicità (per riduzione-caduta della consonante iniziale ”k”-etum). Da confrontare con l’accadico etum, atum, watum vedere, riconoscere, determinare.3
Percorso quindi che avvalora la nostra tesi che etimologia, radice ed autenticità hanno un filo rosso in comune.


note
1 treccani.it
2 l’ Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 1097
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue
indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p.100

(torna al MENU)

FANTASIA

Apparizione della luce, risplendere

Fantasia è la facoltà della mente di ricreare immagini reali o crearne di irreali. Oppure nel significato di fantasticheria, cioè d’immaginazione, carica di devianza, non rispondente alla realtà.1
Dal latino phantasia, -ae immaginazione, sogno, visione; immagine mentale, cioè rappresentazione nella mente di qualcosa mai visto.
Dal greco φαντασία (fantasia) immaginazione, facoltà per cui un oggetto (φάντασμα – fàntasma) viene presentato alla mente; apparenza, sembiante, vista.2
In greco φῶς (fòs), φάος (fàos) sono voci che esprimono apparizione della luce, luce del giorno e ci guidano alla base semitica ‘bb,
accadico ebebu risplendere.
Importante, sempre dal greco, il verbo φαίνω (faino), mettere in luce, rendere visibile, far apparire; dall’accadico panu, volgersi a, guardare, ebraico pane nel significato di vista, aspetto. La voce orfica3 Φάνης (fànes) nel senso di creatore, rivela che il suo corrispondente remoto è l’accadico banu creare, porre in essere, dare alla luce.4 Misterioso, ma con solide basi intuitive ci viene in soccorso il greco antico con il significato di apparizione della luce per citare un momento importante della teoria di M. Fagioli che tanto si è occupata di nascita umana, con la “fantasia di sparizione”, la prima “realizzazione” del neonato, catapultato dall’omeostasi intrauterina, all’esterno, alla luce, anzi al primo apparire della luce, straordinario lo dicevamo sopra φάος (fàos). Per il nato è un elemento assolutamente sconosciuto prima d’ora, ne colpisce la rétina, l’unica materia cerebrale esposta all’esterno, la cui reazione, anzi una delle prime reazioni, è la capacità d’immaginare della mente umana, cioè di creare immagini mentali nuove e diverse. Le immagini “create”, come l’arte, sono un linguaggio “muto”, hanno e sono un pensiero, vera attività mentale umana.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 1123
2 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 1354
3 Si riferisce ad Orfeo: l’antico poeta che conobbe la discesa al regno delle ombre, come Istar, come Gilgamesh; è della stessa base ἒρεβος (èrebos) oscurità, buio e ὂρφνη (òrfne) tenebra, notte, dall’accadico erebu calare del sole, l’andare sotto l’orizzonte del sole.
G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 96 – 213
4 ivi p. 302 ….vedi alla voce immagine.

(torna al MENU)

FELICITÀ

Indica l’appagamento del bambino che succhia il latte al seno

È lo stato umano di chi è felice, di chi si sente appagato, completamente soddisfatto.
In letteratura nel significato di fertile, fecondo, produttivo.1
Dal latino felix, -icis felice, sereno, fecondo e da felo,-as, -avi, -atum, -are succhiare. Dall’accadico tela seno, mammella. Il latino ricalca la base corrispondente ad accadico dalu attingere, prendere su un liquido.
In greco antico mammella si dice θηλή, ῆς ( thelè, és) rappresentativamente è tradotto in colei “che ha mammelle” che richiama, anche nel suono, l’accadico telu. Sorprendente la dizione tila – seno femminile- in antico alto tedesco, che va a confermare il nostro percorso etimologico.
Abbiamo riportato, all’inizio, il significato di fertile, fecondo e Semerano fa riferimento ad una presunta radice indeuropea *dhe- col significato di colei che allatta, che ci richiama ad una radice accadica  dalu attingere, levar su liquido che a sua volta si incrocia con accadico telu  e quindi il già citato greco θηλή (thelè).2
L’etimologia della parola “felicità” ci dice chiaramente che è legata all’immagine dell’appagamento del bambino che succhia il latte dal seno materno.


note
1 U. Foscolo I Sepolcri v.165-166 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano la Bibiloteca di Repubblica p.1141
2 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 118 – 399.

 

(torna al MENU)

FORSE – FORTUNA

Una carrellata di termini esoterici legati intimamente tra loro

Come avverbio indica il dubbio, l’ incertezza, l’ esitazione nei riguardi di ciò che si afferma.
Come sostantivo maschile vuol dire dubbio, incertezza. Usiamo spesso dire: “essere in forse”, oppure, carico d’immagine, “mettere in forse la propria vita”.
Dal latino forsit  letteralmente nel significato di  “sia il caso”,  composto da fors caso, fortuna e sit  sia. Il termine forse1 si porta con se indissolubilmente, per etimo e per suono, un altro termine: fortuna nel significato di sorte, buona o cattiva; destino, ma anche sostanze, averi.
Dal latino fortuna, ae casuale, accidentale, deriva da fors, fortis caso, sorte
(l’ablativo forte  “per caso”  da cui anche… forse), dal latino ferre, portare, produrre, generare.
Ma fortuna porta con se significati ambivalenti: per un verso può rappresentare una occasione felice, ma per l’altro quello di tempesta, ed in questo caso è un eufemismo marinaresco per evitare di pronunciare il nome stesso tempesta.
Fortunale è un sostantivo maschile ad indicare burrasca con vento violento; tempesta di mare. In senso aggettivale…dovuto alla fortuna, della fortuna, ma letteralmente burrascoso, tempestoso2
La voce fors, forte (ablativo) sorte per Semerano ha origine rituale e cultuale, come dimostra il termine latino fortuna: deriva dal sostantivo della base accadica baru (trarre le sorti osservando i segni ominosi) e barutu (divinazione)3
Sorte dal latino sors, sortis sorte, destino. Originariamente sta ad indicare una  tavoletta scritta per gli oracoli, è il sorteggio scritto da cui trarre presagi. Richiama semanticamente la base accadica setru scrittura.4 E’ il sassolino o pezzo di legno con cui si tira a sorte, è il destino, come susseguirsi, nel senso comune,di eventi quasi predeterminati da una forza trascendente oppure come le vicende di un popolo.5
Dal latino destino, as , avi , atum, are legare saldamente, fissare, che si richiama a  sto, stas, steti, statum, stare  sto, sono fisso, sistemo da accadico sawu stabilire, fissare.6


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica pag. 1209
2 ivi pag. 1211
3 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 pag. 409 4 ivi pag. 571
5 ivi pag. 857
6 ivi pag. 576

(torna al MENU)

GENIO

il nume tutelare che accompagna l’uomo                           
nel corso di tutta la vita

Per gli antichi, lo spirito buono o cattivo che guida gli uomini nella loro vita; indicava la divinità personale e quindi la personalità stessa di ciascun individuo; nume tutelare. Nel Rinascimento acquistò il significato di talento naturale, mentre quello di persona dotata di  capacità intellettuali e creative straordinarie è una acquisizione dell’illuminismo francese.1
Dal latino genius, -ii  il genio, come divinità che assiste ogni uomo dalla nascita alla morte ispirandone le azioni e tutelandone particolarmente la virtù generativa; come nume tutelare di luoghi genius loci.2 Dal verbo latino gigno, -is, genui, genitum, -ere, nella forma transitiva, generare, dare alla luce, partorire; in quella passiva, nascere, venire alla luce;  riferita ai luoghi, dare i natali a, dare alla luce.3
Semerano ci rimanda al greco γίγνομαι (ghignomai) sono generato, divento. Dal sumerico gan generare; dall’accadico kanu essere, divenire; dall’ugarittico kn essere, generare.4
E’ sorprendente conoscere che il verbo partorire deriva dalla forma transitiva dello stesso dal latino pario, -is, peperi, partum, parere  genero, produco.  Semerano sostiene con certezza che l’etimo mostra che non si tratta del concepire e produrre della madre come ci conferma l’accadico parahu produrre, germogliare. Confrontato con l’antico accadico par’um  discendenza, rampollo: detto degli uomini a confermare, diciamo noi, il fatto meramente biologico della gravidanza. Ma ancora a conferma della nostra tesi, nel  significato dell’accadico paru come emettere, espellere.5
E che dire del significato di dare i natali, nel senso di natalizio, inerente alla nascita, detto dei luoghi, dal verbo latino nascor, -eris, natus sum, nasci  nascere, crescere, provenire, avere origine (riferite alle cose). Essere generato, discendere (riferito a persone). Ancora Semerano ci aiuta nella nostra ricerca dicendo che nella forma passiva del verbo si scopre calcato su base semitica antichissima, rappresentata dall’accadico nasahu nel suo significato di espellere il feto.6


note
1  l’Etimologico di A. Nocentini  Le Monnier p. 489
2  l’Enciclopedia Dizionario di Latino, La Biblioteca di Repubblica p.894
3  ivi p. 900
4  G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p.62
5  ivi p. 504
6  ivi p. 482

(torna al MENU)

HOMO

signore, uomo ragguardevole, istruito, artista

Dal latino homo, -inis uomo, essere umano, persona, individuo; anche schiavo, operaio, lavoratore. Al plurale, soldati, come membri di un corpo militare, di un equipaggiamento.1
Il suo significato (uomo) indica indeterminatamente maschio o femmina inteso come genere umano. La forma osca2 humuns (homines), come osco niir (princeps) e il latino Nero, Neronis, umbro nerf (princeps), irlandese nert, gallico nerth (potere), greco ἀ -νήρ (a-nèr), latino vir, dicevamo sopra humuns uomo ha la sua base in sumerico umun signore, uomo ragguardevole. L’osco niir trova il corrispondente nel sumerico ni-ir signore,
principe. Vir richiama il sumerico ir uomo, forte.3
Humanus che appartiene all’uomo, che riguarda l’uomo. Umano4 nel senso dell’uomo, conforme alla natura dell’uomo, naturale nell’uomo, adeguato alla persona umana non ha certo origine da homo e sebbene il suo significato possa sembrare ovvio (che concerne l’uomo, di uomo) il suo valore originario è proprio quello di istruito, colto, educato, fine, corrisponde ad accadico ummanu competente, specialista, artista, artigiano, dotto, scienziato.5
Così come il significato di humanitas umanità6 nel senso di natura ed essenza dell’uomo, ma anche la cultura e gli studi letterari considerati come fondamentali per la formazione della personalità umana oltre al sentimento di fratellanza e solidarietà tra gli uomini, è implicito nell’accadico ummanutu scienza, arte di operare, sfera artistica.7
I più ci riportano l’assurda etimologia di homo da humus terra, ricco di umori; a riprova della deformazione funzionale della etimologia a fini religiosi come in questo caso a far derivare uomo da humus fatto di terra, di creta, creato da un dio, come da biblica memoria.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 949
2 Relativo alla popolazione italica che occupava il territorio sannitico della Campania antica pre-romana wikipedia.it
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 427
4 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 3366
5 G. Semerano, Op. cit., p. 427
6 ivi p. 3365
7 G. Semerano, Op. cit., p. 427

(torna al MENU)

IDEA

Di norma è un vedere percettivo, poi… scavando è un vedere con la mente

In senso generico idea è qualsiasi rappresentazione mentale. Prodotto dall’attività del pensiero o dell’immaginazione, contrapposto a ciò che reale, concreto.1
In greco ιδέα (idèa) nel significato di forma; l’apparenza di una cosa, opposto alla sua realtà; nella filosofia platonica, forma ideale, archetipo.2
Dal greco εἶδομαι (eìdomai) verbo al presente, all’infinito ίδεἶν (ideìn) a significare mostrarsi, vedere con gli occhi, percepire, guardare, ma, molto particolare, è anche vedere con la mente.3
Semerano ci conferma, con ίδεἶν (ideìn), oltre al significato percettivo di vedere, anche quello di vedere con la mente e ci suggerisce un riferimento al verbo latino video, -es, vidi, visus, -ere, un richiamo all’accadico idum, edu, come prendere conoscenza di. In sumerico i-de occhio, in antico tedesco weiz (io so) e quindi, molto suggestivo, sapere per aver visto (proprio degli sciamani).4
Se ne deduce che il sostantivo richiama sia in accadico, che in greco ma anche in latino il vedere percettivo, mentre se passiamo al verbo, cioè all’azione, ideare si arricchisce del significato di vedere con la mente, di acquisire sapienza per aver, prima, visto; determinare con il pensiero, ma anche progettare.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica pag. 1383
2 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 609
3 ivi p. 366
4 G. Semerano, op. cit., pp., 124 – 202 – 612

(torna al MENU)

IMMAGINE

Rappresentare con la mente, ideare

Figura esteriore percepita mediante la vista; rappresentazione mentale di cosa vera o fittizia rievocata dalla memoria o prodotta dalla fantasia; visione; l’idea che ha di se e dà di sé un personaggio ( o anche un’azienda, un’associazione, un partito o similari ) attraverso il modo in cui si presenta o viene presentato dai mezzi di comunicazione di massa; chi o ciò che somiglia a qualcuno o qualcosa; rappresentazione mentale di qualcuno o di qualcosa, di una realtà.
L’immaginazione é la facoltà di concepire nella fantasia e accostare liberamente immagini, concetti e pensieri; é l’atto dell’immaginare. Immaginare é rappresentarsi con la mente, concepire con la fantasia; ideare, inventare, escogitare; ritenere, credere, supporre.1
Dal latino imago, -inis – sostantivo femminile – rappresentazione figurata di persona o cosa, immagine, effige, ritratto, statua; apparizione illusoria, ombra, spirito, fantasma, visione, sogno, allucinazione; immagine mentale, pensiero, copia, riproduzione, modello, esempio.2
Semerano riporta una tesi etimologica diffusa che non condivide: un verbo a radicale im- dal quale imago deriverebbe; da confrontare con l’arcaico imito, imitor, imito, riproduco l’immagine. Di contro egli sostiene, al posto dell’ipotetico im-, la voce di origine sumera, neobabilonese immu (disegno); per la formazione composta di im-ito va svelata la base accadica ittu (lineamento). Invece per imago, imaginis, il tema racconta, secondo il nostro, il corrispondente di accadico ginu (marchio, distintivo, impronta).3
In greco immagine è  εΐδος, -εος (eìdos, -eìdeos) ció che si percepisce, aspetto, forma e ίδεῖν (ideìn) percepire, vedere con la mente. Il verbo greco ίδεῖν (ideìn), nel significato di percepire, scorgere corrisponde all’accadico idu, edu (prendere conoscenza di).4
Ci richiama immediatamente il termine idea nel significato generico di qualsiasi rappresentazione mentale e più specificatamente indica l’aspetto progettante dell’attività umana (una realtà dell’uomo in potenza tra immagine e pensiero).
In greco antico si dice anche ἒιδωλον (èidolon), appunto immagine, fantasma, di cosa incorporea. Interessante trovare in Platone έιδωλον (èidolon) tradotto in immagine e specificatamente, quella riflessa in uno specchio. Ma ancora nel significato di fantasia, ubbia, simulacro di divinità protrettrice.5
In G. Semerano έιδωλον (èidolon) con il  significato di ombra, spettro e propriamente spirito protettivo, corrisponde al sumero andul, accadico andullu protezione dello spirito; ma, di grande interesse, i termini accadici antalu, attalu nel significato di ombra, oscurità, come di cosa incorporea riportavamo poco sopra.6
Abbiamo incontrato έιδωλον nel significato di fantasia, cioè facoltà della mente di ricreare immagini reali o di crearne di irreali.7 Dal latino phantasia, ae, immaginazione, rappresentazione della mente, immagine mentale; in greco φαντᾶσία (fantasìa), immaginazione, facoltà per cui un oggetto viene presentato φαίνεται (faìnetai) alla mente e l’oggetto é detto φάντασμα (fàntasma) -neutro- pura immagine,visione, sogno.8
Da φαίνω (faino) metto in luce, rendo visibile, faccio apparire; da accadico panu , ebraico pane, vista, apparenza.9 Φαίνω (faino), in forma attiva nel significato di portare alla luce, mostrare, scoprire, ma anche render noto, svelare; riferito al suono, far risuonare chiaramente.In forma passiva, venire in luce, apparire; riferita alla persona: farsi vedere, venire fuori ed anche venire alla luce, venire a rivelarsi; apparire in un certo modo, sembrare.10


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica pp.1410-1411
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 987
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 433
4 ivi pp. 83-124
5 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p.367
6 G.Semerano Op. cit., p. 83
7  l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 1123
8  Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto
Le Monnier-Firenze 1975 p. 1354
9 G.Semerano op. cit., p. 302
10 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott op. cit., p. 1352

(torna al MENU)

LINEA

Da lino, la fibra più sottile per la filatura di un tempo

Figura geometrica che si estende in lunghezza costituita di infiniti punti. Contorno, sagoma, profilo di un corpo o di un oggetto. Ma anche limite, linea di confine, traiettoria o direzione in cui si sviluppa un movimento (linea di volo, avanzare in linea retta).
Modo di comportamento, indirizzo, programma, strategia (linea d’azione, scegliere una linea, la linea politica di un partito, di un giornale, di un governo); fila, nello specifico, di persone o di oggetti: uno dietro o accanto all’altro. Servizio di comunicazione che collega due o più località; il percorso che compie un mezzo di trasporto durante tale servizio.1
Dal latino linea, ae corda, filo, confine, ma anche cordone di lino.2
Derivato da linum, lino, spago, stoffa di lino, lucignolo.3
Pianta erbacea con fusto a corteccia fibrosa; la fibra ottenuta per macerazione del fusto e il tessuto che se ne ricava.4
Dal latino: linea -ae , sostantivo femminile e lineus, -a, -um, aggettivo di lino; linum, -i  neutro lino, filo da cucire, noto sin da remota antichità in Egitto e Palestina, ha offerto prodotti per usi svariati, oltre alla fibra più fine per la filatura; dal seme di lino veniva estratto l’olio. In Grecia e a Roma il lino non trovò largo uso per gli indumenti; la Palestina, la Fenicia, la Spagna, l’Africa intorno a Cartagine lo coltivarono ampiamente .
Il nome peset (lino), pisteh, in ebraico mostra che il riferimento è all’impiego dell’olio e quindi ai lucignoli per lumi ad olio: il richiamo corre all’accadico pissatu (olio da ungere); perciò il termine greco λίνον (lìnon) ricorda la base lip (-n-) , accadico lipu (materia untuosa) con –n– aggettivante che si incrociò con una base semitica come libna (bianchezza,candore), ugarittico lbn (bianco), greco λευκός, -η, όν (leucòs, -è, -òn) chiaro, puro, bianco; dal latino lux, lucis chiarore, luce.5


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 1706
2 l’Etimologico di A. Nocentini Le Monnier p. 631
3 Il lucignolo è una treccia di fili sottili che, messa nell’olio delle lucerne, mantiene la fiamma; dal latino licinium, stoppino. Lucrezio de rerum natura 6.900 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 1226
4 L’Etimolo.di A.Nocentini, LeMonnier p. 632
5 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 457 – 462

(torna al MENU)

MATERIA

Dal latino mater madre, dal sumerico matu genitrice, dall’accadico matru prominente

La sostanza di cui sono fatti i corpi sensibili; la sostanza particolare di cui un
determinato oggetto è costituito. Sostanza organica, cellulare. Ciò di cui si tratta in un discorso, in uno scritto; argomento, soggetto. Qualunque disciplina che sia oggetto di studio o di insegnamento.1
In senso filosofico, ciò di cui sono costituite le cose sensibili o corporee. In fisica classica, con il termine materia, si indica genericamente qualsiasi cosa che abbia massa e che occupi spazio.2
Dal latino materia, ae, materia, sostanza da cui qualcosa deriva, principio, origine delle cose, tronco dell’albero che produce rampolli (dal latino rami pullum, germoglio del ramo. Pullum, -i n. piccolo, riferito all’animale, vergine, senza mescolanza, puro, germoglio, da purus – nel significato originario di primizie da destinare al sacrificio, bestie giovani non ancora accoppiate – vergine, senza mescolanza).
Materia, ae anche nel significato di legno, parte dura del tronco, dei rami e delle radici degli alberi, che sostiene la chioma.
Dal latino lingnum, -i, in diretto collegamento con il verbo lego, is, legi, lectum, legere, raccogliere, scegliere: in riferimento al legno raccolto per il fuoco. Direttamente il pensiero etimologico va al termine latino lex, legis, serie di disposizioni scritte, legge. Dall’accadico lehum, le’um, tavola scritta recante un documento; confrontato con lo stesso accadico liqtu, tavolette con disposizioni religiose e laqatu raccogliere, nel senso di un corpo di leggi.3
Da mater, -tris madre, falisco mate, sanscrito mata, antico slavo mati, lettone mate; confrontato con il sumerico amatu, (a)matu: genitrice, generante. Dall’accadico watru, matru (prominente) della stessa radice di mataru, ataru, che si ingrandisce. Nell’accadico appunto atru, matru, watru, utru viene di conseguenza che mater, venter, uterus, derivano dalla stessa base.4


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 182
2 Wikipedia.it
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 454
4 Ivi, pag. 469.

(torna al MENU)

NORMA

in principio gnomna, poi gnorma ed infine norma

Regola, precetto generale1 che prescrive, appunto, la condotta da mantenere in determinati casi o per raggiungere determinati fini; consuetudine, abitudine. In sociologia l’insieme dei comportamenti che ogni società offre come modello ai propri membri, al fine di ottenere che la loro condotta sia conforme ai valori in cui la società si riconosce. E’ dapprima uno strumento per misurare gli angoli; squadra.2 La regola è anche un insieme di norme che regolano un ordine religioso; qualsivoglia formula che “prescrive” ciò che si “deve” fare in un caso determinato.3
Norma è il nome latino della costellazione del Regolo; in diritto, codifica una regola di comportamento, in filosofia è una regola, un criterio, un giudizio; infatti colui che la segue, la norma, l’assume come valore, oppure come regola, oppure come criterio di giudizio.
Dal latino norma -ae squadra, strumento usato per tracciare angoli retti nella geometria euclidea, ma nel suo significato figurativo regola, norma, legge.4
Dal greco γνώμων, -ονος (gnòmon, -onos) e γνώμονα (gnòmona) gnomone, asta graduata, regolo; mostra analogia con l’etrusco Memrum, il greco Μέμνων (mèmnon)5 letteralmente “il risoluto”, Mèmnone e attraverso forme intermedie come gnomna, gnorma fino ad arrivare a norma.6
G. Semerano7 ci conferma la traduzione di norma, -ae come squadra, norma, regola, legge che accosterebbe la lingua latina al greco γνώμονα (gnòmona), accusativo di γνώμων (gnòmon), nel senso di squadra, regolo. Però ci fa notare che il significato tecnico di squadra è, temporalmente, più tardo, mentre norma (vedi l’esempio riportato in nota di Cicerone) intende riferirsi ai “dettami”, ai “precetti” di una dottrina filosofica e, pertanto, fa pensare alla riduzione latina del plurale neutro del greco γνώρ(ι)μα (gnòr(i)ma) tradotto come “cose note, elementi noti, presi come modelli”, come esempi di riferimento.


note
1 Il precetto generale è un precetto di legge cioè una norma imposta dalla legge; il precetto della chiesa è un obbligo imposto dalla chiesa ai fedeli; dal latino praecipere prescrivere, ordinare. l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2352.
2 ivi p. 2015
3 ivi p. 2541
4 vitam ad certam rationis normam derigere, governare la propria vita secondo la ferma norma della ragione, Cicerone pro Murena 3 l’Enciclopedia Dizionario di Latino la Biblioteca di Repubblica p.1392
5 Μέμνων (mèmnon) il risoluto; Memnone, figlio di Eos e Titone, ucciso da Achille, Odissea. Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 813
6 l’Etimologico di A. Nocentini Le Monnier 2010 p. 760
7 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 487

(torna al MENU)

OLTRE

tutto ciò che va al di là del proprio io è…oltre,
è….l’altro, diverso da me

Come avverbio nel significato di più avanti nello spazio (andare oltre, passare oltre) e più in là nel tempo (non aspettare più oltre). Come preposizione ad indicare al di là di, di là da (oltre il confine, andare oltre…), più di (è più di un’ora che aspetta), in più, in aggiunta a, con la preposizione “a”, talvolta con “di” (oltre a questo, oltre di ciò, oltre che); anche all’infuori di (oltre a te non l’ho detto a nessuno).1
Dal latino ultra che ripropone, come avverbio, il significato di al di là, dall’altra parte, oltre, più oltre, più lontano, più avanti, di più. Come preposizione di “luogo” ad indicare al di là di, dall’altra parte di, oltre; di tempo oltre, dopo; di misura oltre, più di.2
G. Semerano fa riferimento al latino ultra oltre, di là; base corrispondente ad accadico ultu nel suo significato “di là” allotropo3 di ustu, istu, estu di là, a partire da, fuori di, dopo.
Come preposizione ultra ha in latino una forma arcaica in uls con identico significato; in realtà richiama la base babilonese di ullu quello.4
Sempre in latino ultra e uls sono interessanti confrontarle con ultimus, -a, -um (superlativo del non attestato ulterus) rispetto allo spazio è il più lontano, il più remoto, ultimo, estremo; rispetto al tempo è lontanissimo, il più antico; rispetto all’ordine e al grado il più alto, il supremo, per importanza ultimo, il più basso; e con ultimum, -i neutro, rispetto allo spazio l’ultima parte, estremità, rispetto al tempo conclusione, fine, rispetto all’ordine e al grado il punto più alto, il massimo grado, lo stadio più alto.5
Poco sopra richiamavamo la base babilonese ullu e in latino troviamo la parola corrispondente ullus, -a, -um alcuno, qualcuno di cui si nega o si mette in dubbio l’esistenza, quindi nessuno (ne e ullus). Semerano ci dice che all’origine ullus è lo stesso pronome dimostrativo come ollus (forma allotropa e arcaica di ille quello), ma in senso solenne, passionale.6
In greco è ἂλλος, -η, -ον (àllos, -e, -on) altro, dall’accadico allu altro e dal più volte citato babilonese ullu quello. Ma ecco che si svelano nei millenni e magicamente le assonanze tra “oltre, altro e quello”.
Infatti “quello”, come pronome o aggettivo dimostrativo, ad indicare chi è lontano nel tempo e nello spazio da chi parla e da chi ascolta; è lontano da tutti, è “altro” tra i due.
E’ “oltre” il rapporto tra chi parla e chi ascolta.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2055
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 2211
3 allotropo (altro modo) nel linguaggio è la parola che da luogo a una allotropia, cioè una coesistenza nella lingua di parole diverse per forma e per significato, ma risalenti allo stesso etimo (vedi etimologia); per esempio dal latino iuvenem si hanno in italiano giovane e giovine con allotropia morfologica, di forma; sempre dal latino vitium in italiano vezzo e vizio con allotropia anche semantica (vedi), cioè nei simboli e nei segni.
l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica pp. 132 – 2866
4 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue
indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p.337
5 l’Enciclopedia Dizionario di Latino, Op. cit., pp. 2210 – 2211
6 G. Semerano, Op. cit., pp. 433 – 493 – 598

(torna al MENU)

OROLOGIO

che raccoglie e che dice le ore

Strumento per misurare il tempo in ore e frazioni di ore.1 Il più semplice strumento atto all’uopo è stata la meridiana, costituita nella forma più semplice da un palo infisso nel terreno, il cui uso è documentato in Cina a partire dal III° millennio a. C. La suddivisione del tempo con le meridiane, prevalentemente, era quella in cui l’ora era la dodicesima parte del ciclo diurno, dall’alba al tramonto. Ma il suo svantaggio era quello di non funzionare durante la notte e nelle giornate nuvolose, da qui l’esigenza di inventare qualcosa di alternativo, basati sul progredire regolare degli eventi: la clessidra.
Dal latino horologium, -ii orologio solare o ad acqua.2 Dal greco ὢρα (ora) e λέγω (lego)
e rispettivamente “periodo definito di tempo, ora” e “raccolgo, dico”, quindi l’unione delle due parole ci dà orologio che letteralmente è “che dice l’ora”. Semerano approfondisce che ὢρα (ora) sta per per stagione, buona stagione, momento favorevole; dall’accadico urah, urhu cammino del sole. Mentre λέγω (lego) col significato di raccolgo, dico dall’accadico lequ, laqu raccolgo, comprendo. Il greco conserva l’originario valore di “raccogliere” e l’evoluzione semantica in “dire, leggere”.3


note
1 l’ Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2093
2 l’ Enciclopedia Dizionario di Latino Op. cit., p. 953
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 162 – 326

(torna al MENU)

PENSIERO

Inizialmente era pesare, poi tenere sospeso, ponderare e considerare e solo alla fine pensare

 Attività psichica mediante la quale l’uomo elabora contenuti mentali, acquisendo coscienza di sé e della realtà esterna che i sensi gli propongono; ciò che si pensa, l’oggetto del pensiero; in filosofia l’attività propriamente speculativa dell’uomo. Ma anche ansia, preoccupazione e cura, attenzione affettuosa.1
Dal provenzale pensier, derivato dal latino pendo, is, pependi, pensum, pendere, pesare, pagare, soppesare, considerare, pensare.
Suggestivo notare la progressione nel tempo dei significati: inizialmente pesare, poi tenere sospeso, ponderare e considerare ed infine pensare. Sembra scorrere davanti ai nostri occhi una vera e propria rappresentazione nel tempo del significato del verbo dal materiale all’immateriale.
Dall’accadico pandu pendio, pendenza. Pensum in latino è il peso di lana, neutro di pensus; stipendium (composto da stipis moneta e pendium pesare) pagamento; compendium risparmio, guadagno; dispendium spesa eccessiva: i composti orientano verso il significato di spesa, pagamento. Mostrano un incrocio con l’accadico pedū liberare, sciogliere, con il senso di pagare, liberare dal possesso.
A questo punto ci sorge spontanea una assonanza fantasiosa con pes, pedis piede, suolo e con il verbo peto, is, ivi, petitum, petere mi dirigo verso, cerco un luogo, batto una via. Dal greco πούς, ποδός, (pùs, podòs) dall’accadico patu aprirsi una strada, camminare; semitico pth; ebraico patah aprire. In latino peto vuol dire anche chiedere, accadico petū patu aprire la bocca, il proprio cuore, pregare; dal greco πάτος  (pàtos) cammino, sentiero. Quindi aprirsi una strada e camminare… e, continuando ancora a forzare risonanze scientificamente non riconosciute, ci appare l’immagine che mette insieme per assonanza “pendo, is” e “pes, pedis”: ogni pensiero umano ha in sé l’originalità del singolo individuo che cerca un luogo… nuovo, e del sentiero non ancora battuto da altri.
   Nel greco πατέω (patèo) calpesto il suolo e πάτος (patos) battere un cammino; nel latino pando, is, pandi, passum, pandere apro, spalanco, esporre al sole detto della frutta. Si incrocia con la base pateo, es, ui, ere, corrispondente al semitico pth (detto poco sopra), accadico patu, sono aperto, accessibile, apro le braccia.2
Dopo questa galoppata di significati attraverso i secoli ci interessa riprendere la definizione  iniziale di pensiero, in particolare nel significato di “prendersi cura” e “prestare attenzione affettuosa”: questo è un esempio lampante di impoverimento e “svuotamento” della parola per cui alla fine il significato di pensiero è legato ad una idea di rapporto interumano di tipo assistenziale. L’altro che stiamo pensando è quello di cui prendersi cura perchè incapace di conquistare, se opportunamente sostenuto, autonomia e identità. Come se il pensiero umano fosse legato ad una idea utilitaristica, razionale di immodificabilità.
Di contro noi affermiamo che specifico dell’essere umano è il pensiero degli affetti e delle immagini, il pensiero non cosciente, irrazionale, quello onirico, quello creativo che è attività mentale che non elabora i dati ” di se e della realtà che i sensi propongono “, ma attinge alla vitalità e alle risorse psichiche interne.


note
1 Dizionario Italiano La Biblioteca di Repubblica pag. 2211
2 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 222 – 223 – 502 – 514 – 515

(torna al MENU)

QUÏETE

la dieresi distende e prolunga la pronuncia e il suono 
come se la forma della poesia 
si modellasse sul contenuto

E’ assenza di moto, immobilità. Calma esterna, stato di silenzio, di tranquillità. Riferito al comportamento e alle manifestazioni, esteriori ed interne, in determinate situazioni o in particolari momenti.1
Dal latino quies, -etis riposo del sonno, sonno. Riposo da attività, tranquillità, pace. Riposo eterno, morte.2 Il verbo quiesco, -is, quievi, quietum, -ere riposare, dormire, rimanere inattivo, stare fermo, acquetarsi. Giovanni Semerano ci dice che è calcato sulla base corrispondente all’accadico qitu cessazione, fine.3
Nell’Infinito di G. Leopardi appare “profondissima quïete” con la dieresi,4 cioè i due puntini sulla ”i” e vengono utilizzate per separare, per ragioni metriche, la “i” dalla “e” che segue, quando invece normalmente le due vocali costituirebbero una sillaba unica. La dieresi ha qui sia una funzione metrica (relativa al computo delle sillabe all’interno
dell’ endecasillabo) sia una funzione stilistica, perché distende e prolunga la pronuncia e il suono, come se la forma della poesia si modellasse sul contenuto, e cioè sulla percezione dell’infinito da parte del poeta.


note
1  treccani.it
2 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 1770
3  G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 539
4  Divisione di un gruppo di vocali all’interno di una parola, tale che le due vocali non formino un dittongo ma appartengano a due sillabe diverse. Dal greco δι-αιρέω (diairèo) dividere in due, separare, disgiungere, distinguere.

(torna al MENU)

RIVALE

tu che sei… abitante delle stesse rive…

Che e chi compete con altri, antagonista, concorrente. E’ usato come aggettivo e come sostantivo (per esempio: le città rivali; non avere rivali).
Dal latino rivalis, -e come aggettivo nel significato di ”chi ha in comune con altri l’uso di un canale nei campi”; come sostantivo “che usa lo stesso ruscello”. In senso traslato cioè, metaforico o figurativo, rivale.1
G. Semerano ci richiama a proposito di rivale al sostantivo latino rivus, -i ruscello, piccolo corso d’acqua (in latino volgare rius) e rivalis “di ruscello”, abitante delle rive, rivale. Il nostro ci fa notare una radice rei che troviamo nel verbo latino rigo, -as, -avi, -atum, -are bagno, irrigo, incanalo e nel verbo greco ῤέω (rèo) scorro, ῤοῦς (roùs) corrente, ῤοή (roè) fiume entrambi dall’accadico rehu riversarsi, rihu irrigazione.2


note
1 l’ Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2665
2 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 248 – 547

(torna al MENU)

RIVOLTA

La rivolta è di un gruppo.
La rivoluzione è di un intero popolo,
della maggioranza.

La rivoluzione è un rivolgimento dell’ordine politico-sociale vigente ed estensivamente trasformazione rapida e radicale di un assetto, di un sistema (per effetto di nuove scoperte, dell’applicazione di nuove metodologie…). Profondo rinnovamento scientifico, culturale e del comportamento. Attraverso un atto di rottura (n.d.a.) di un popolo intero o della sua maggioranza) con il passato e la creazione di un ordine interamente nuovo. Un evento straordinario che giustifica l’adozione di misure straordinarie (per esempio l’uso della violenza, della repressione, ciò, però, non sempre è avvenuto come per esempio con Gandhi in India e in Portogallo con quella dei garofani).1
La rivolta è un atto, simile alla ribellione, circoscritta ad un singolo o ad un gruppo, detto avanguardia. E’ il rivoltarsi di più individui contro un ordine costituito, che non prevede un radicale cambiamento della forma di governo;2 ma, supportato da una teoria, vuole proporre una trasformazione culturale.
Il gruppo è infatti definito avanguardia ed è supportata da una teoria.
La rivolta come la ribellione è direttamente legato al verbo latino rebello, as, avi, atum, are, tradotto letteralmente come riprendere le armi – per mancato rispetto dei patti di tregua da parte dei nemici – costretti a ribellarsi, quasi a confermarci la tesi che è propria del singolo o del gruppo.
Dal latino re-volvo, -is, volvi, volutum, volvere: composto da re, un preverbio che denota un movimento all’indietro, dall’accadico redu, tener dietro e volvo, volgo, faccio compiere un giro, un ciclo, faccio riddare nella mente (fare una ridda, una antica danza molto veloce, che si eseguiva girando in tondo e tenendosi per mano cantando, dal longobardo wridan girare in tondo). Corrisponde alla base reduplicata di sumerico bal: bal- bal volgere, piegare. Il significato di agitare, faccio riddare, faccio vorticare mostra l’interferenza della base omofona semitica: corrispondente ad aramaico bal, ebraico balal, accadico balalu rimescolare.3


note
1  l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2670
2  ivi p. 2669
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 544 e 617

(torna al MENU)

SEMANTICA

è il significato della parola, segno di riconoscimento…
è interpretare, dedurre dai segni

La semantica studia il significato delle parole in quanto settore della semeiotica, cioè la scienza dell’uso del significato e dei segni in generale, dal greco σημαντικός, -ή, -όν, (semanticòs, -è, -os) letteralmente lo studio, l’esame dei segni, che osserva i segni.1
La semantica appunto è la scienza che studia il significato dei simboli e dei loro raggruppamenti; nel caso delle lingue studia il significato delle parole, delle frasi.2
Svela l’evoluzione di significato di una parola nel tempo (per esempio “carattere” prima designava una lettera, poi ha iniziato ad indicare alcune qualità della persona).
In greco σῆμα (sema) segno, marchio. Dall’accadico simat, simtu segno di riconoscimento. Esiste un verbo accadico corrispondente a σημαίνω (semàino)3 che è
samu fissare, stabilire, indicare. Ma il significato di “segno del cielo” scopre che σῆμα (sema) oltre alla base simat nel senso di “segno di riconoscimento” impresso a fuoco sul bestiame, richiama il semitico occidentale sim, ebraico sem segno, accadico sum nome.4


note
1 l’ Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 2867
2 ivi p. 2866
3 σημαίνω (semaino) mostrare con un segno, indicare, dare il segnale di fare una cosa, significare, indicare, interpretare, dare un segno a se stesso, cioè dedurre segni. Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 1156
4 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 259

(torna al MENU)

SOGNO

Ciò che viene veduto dal veggente
Il pensiero del sonno

Per studiare la parola sogno dobbiamo affrontare un altro termine, sonno, ad esso direttamente legato per fonetica e per certi aspetti anche per semantica.
Il sonno indica il fenomeno biologico periodico di riposo delle funzioni psicofisiche, caratterizzato dalla sospensione della coscienza e della volontà, rallentamento delle funzioni neurovegetative ed interruzione dei rapporti senso-motori tra soggetto e ambiente. In senso figurato viene usato per indicare quiete, silenzio (la città è immersa nel sonno), o in senso poetico, ad avvalorare ciò che abbiamo affermato all’inizio, nel significato di sogno (quand’io feci ‘l mal sonno/che del futuro mi squarciò ‘l velame, Dante Inferno XXXIII, 26-27)1
Il sogno invece indica l’attività che ha luogo durante il sonno, caratterizzata da emozioni, percezioni e pensieri, ma anche immaginazione di cose irrealizzabili o considerate tali.2
Ebbene noi pensiamo che quest’ultima definizione, unanimemente condivisa dalla cultura attuale, sia ingannevole!
Nel sogno non ci sono percezioni, ci sono invece immagini, spesso incomprensibili, che hanno un pensiero latente, tant’è vero che il sogno raccontato può essere interpretato dai professionisti che studiano o curano la mente. Caratteristica del sogno è inoltre la sua dimensione totalmente inconscia. Inaccettabile poi il successivo significato di sogno come “immaginazione” di qualcosa di difficilmente realizzabile.
Siamo di fronte ad un tipico caso in cui la parola viene svuotata del suo significato e riempita di un altro, fuorviante, falso e ideologico.
Ci viene in aiuto in questa disputa proprio l’etimologia. Dal latino somnus,i sostantivo maschile,sonno. In somnis è usato nel significato di: nel sonno e nel sogno. Particolare e ricorrente è l’uso poetico del termine latino con il significato di morte (longus somnus, il lungo sonno).3
In senso opposto al sonno, ma con la stessa intenzionalità, il sogno in latino viene deformato ad uno stato umano di fatuità: somnium,ii sostantivo neutro, sogno, visione, fantasia, fantasticheria, chimera.4
Nonostante i tentativi di affibbiare ai due termini risvolti esclusivamente negativi somnus per Semerano è il sonno figlio della Notte e dell’oscurità.5 (Erebo)
Non meno pesanti sono precedenti attribuzioni date dagli autori greci: ύπνος (ìupnos) è come il latino sopor, -oris sopore, sonno profondo: della morte (Plauto,Amphitruo 304), così come in Omero ὒπνος (ìupnos) è il sonno fratello della morte (Iliade 14, 23).6
L’Ittita conosce un tema sup- (dormire), l’accadico sabahu (riposare), l’antico assiro sapa’u (tacere) ed ancora l’accadico sapu (che tace) e sapanu (tornando a Plauto – il sonno profondo della morte – nel significato di livellare, distruggere).
Somnium viene espresso in latino letteralmente in: ciò che si scorse nel sonno, sogno ed è voce che si attesta dopo Plauto (254 ca – 184 a.c.); somnio, -as: ho dei sogni.7
Dal greco ύπνος (ìupnos), dicevamo prima, sonno profondo, dall’accadico sapa(lu),essere giù, essere reclinato per dormire; sap(l)anu, che è giù; saplum (che è sotto,con il riferimento al tramonto del sole).8
Sogno in greco si dice όναρ (ònar), neutro, ma anche visione, apparizione. Il significato fondamentale “è ciò che viene veduto” nel sogno. Dall’accadico amru (veduto, scorto), dall’ugarittico ‘mr (vedere, scorgere). L’antonimo (opposto) di όναρ (ònar) è ύπαρ (ìupar) anch’esso neutro e indeclinabile ( Omero, Odissea 19, 547: οὐκ ὂναρ, ἀλλ ̓ὒπαρ ἐσθλόν ( ùk ònar, àll’ìupar estlòn) non sogno, ma fedele visione, reale apparizione) e nel significato di apparizione appunto, dall’accadico supu fare apparire, da apu divenire visibile; ύπαρ in realtà deriva da una base col significato solenne di vedere, detto del veggente, che è rivelare, da accadico barum vedere, subru rivelare in sogno.9
É ossessivamente ricorrente negli antichi il concetto di sonno come morte, come se, l’aver abbandonato, anche se temporaneamente, lo stato di veglia ci anticipasse la fine della nostra vita. Ma cosa ancora piú sorprendente é l’aver negato, forse perché ritenuto inconoscibile, un pensiero al sonno rappresentato dal sogno.


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica pp. 2292 e 2993
2 ivi p. 2979
3 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 175 Orazio Carmina 3.11. 38
4 ibidem p.1991 (“ille somnium” letteralmente si traduce: lui è tutto sogni, è uno con la testa tra le nuvole 5 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 570 Terenzio,Phormio, 494)
6 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier- Firenze 1975 p.1330
7 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 570
8 ivi p. 300
9 ivi pp. 208 – 299 -300

(torna al MENU)

SUONO

L’ uomo…come un antico aulos… ha iniziato un canto,
ha cominciato a parlare

La parola suono così presente nel lessico di tutti i giorni è in realtà ricca di storia e di significati, a tal punto che sorge spontanea l’esigenza di iniziare l’approfondimento partendo dagli indispensabili aspetti scientifici. Il termine è privo di immagine o meglio non ne richiama nessuna direttamente, salvo addentrarsi “giù per li rami” nei suoi derivati che invece ne abbondano.Cosa che faremo nello specifico etimologico.
Il suono, anche se non appare manifestamente, è una realtà materiale. E’ la sensazione data dalla vibrazione di un corpo in oscillazione. Tale vibrazione, che si propaga nell’aria o in un altro mezzo elastico, raggiunge l’orecchio che è responsabile della creazione di una sensazione uditiva. Le oscillazioni sono spostamenti delle particelle, intorno alla posizione di riposo e lungo la direzione di propagazione dell’onda, provocati da movimenti vibratori, provenienti da un determinato oggetto, chiamato sorgente del suono, il quale trasmette il proprio movimento alle particelle adiacenti, grazie alle proprietà meccaniche del mezzo.1
Come tutte le onde, anche quelle sonore sono caratterizzate da una frequenza2 e una intensità.3 Relativamente alle onde udibili in aria, per quanto riguarda l’intensità, occorre che essa sia non minore di una soglia di udibilità, al di sotto della quale manca ogni sensazione, e non maggiore di una soglia, superata la quale la sensazione da acustica diventa dolorosa.4
Inoltre, caratteristica saliente delle onde sonore è la forma dell’onda stessa, che rende in gran parte ragione delle differenze cosiddette di timbro che si percepiscono tra diverse tipologie di suono. L’ altezza è la qualità che fa distinguere un suono acuto da uno grave, dipende in massima parte dalla frequenza ma anche dalla intensità.5 La pratica musicale copre una gamma di suoni che vanno dal do grave (circa 65 oscillazioni semplici al secondo), al do acuto (8.276 oscillazioni semplici).
La voce umana ha un registro ancora più limitato. Per calcolare l’altezza dei suoni è stato scelto come punto di riferimento il La “quarto”, che è l’ottava centrale del pianoforte, detta diapason o corista.6
Il timbro è la qualità che, nella percezione, distingue un suono da un altro.
Il suono costituisce l’elemento sul quale si esercita l’azione di organizzazione strutturale della musica sul piano acustico.7
La voce umana è direttamente legata al suono, essendo una serie o un insieme di suoni articolati emessi, prodotti dalle vibrazioni delle corde vocali nella laringe durante l’espirazione dell’aria e fatti risuonare all’interno della faringe, della cavità orale e delle fosse nasali.
Il canale per cui passa la voce è detto “canale vocale”:8 vero e proprio strumento con cui l’essere umano produce suoni.
E’ agli albori della storia dell’uomo che grida, urla, suoni gutturali indistinti si trasformarono in suoni articolati: nasce il linguaggio.
Gli uomini incominciarono con un dato fonema8 per indicare una cosa presente o una cosa assente (memoria) o una sensazione (immagine mentale) iniziando ad emettere quei suoni che chiamiamo parole, e con le parole il significato e il significante.9
Possiamo dire che la parola determina il significato di quello che si dice, mentre la voce ne dà la connotazione emotiva, e quindi il senso.
Conquistati i fonemi la voce trovò una nuova espressività in un suono più dilatabile, si poteva alzare o abbassare il tono, rinforzare, smorzare: l’uomo ha iniziato un canto…
Affascinante a questo punto, dopo una lunga ma doverosa premessa scientifica, conoscere l’etimologia di canto e di cantare con il loro significato di modulare con la voce una sequenza di suoni musicali, di emettere suoni armoniosi.10
Dal latino cano, is, cecini, cantum, canere: suonare, cantare; dall’accadico kanu ed incrocio con l’altra base accadica qanu, canna (canna gutturis, canna della gola): ecco che si arriva, attraverso il percorso etimologico, al canale vocale11 che abbiamo menzionato poco fa.
Il nostro apparato fonetico è come un antico aulos12 , è un sensazionale strumento musicale.
Addentrandoci ora nella radice di suono e scavando più in profondità ci appaiono alcune immagini evocative che corredano la nostra parola.
Dal latino il verbo sono, as, sonui, sonitum, are: produrre un suono o rumore, risuonare; emettere un suono, una voce; rivelare, indicare; far sentire un suono, una voce; vantare, ed esaltare (sonant clamore viri, gli uomini levano grida Ovidio Metamorfosi 11.495).13
Dal latino il sostantivo sonus, -i, suono, voce, canto (cycni sonus il canto del cigno Orazio Carmina 4.3.20).14
Andando nell’antico mondo accadico troviamo sum, fama, esaltazione, nome, sumu e samu, ascoltare un suono, percepire. E’ importante confrontare il semitico smh, essere lieto e lisanu , linguaggio, lingua parlata.15
Ma suono in latino si dice anche vox, vocis voce, suono appunto, musica, parola, lingua. Dalla base corrispondente ad accadico pahum, nel senso di voce, parola e pa epesu parlare.16
In questa oscillazione, quasi fosse un ballo, tra suono, voce, canto, parola, esaltazione incontriamo voce in greco. Si dice φονή,-ης (fonè, -es), viene rinviato a φημί (femì) dico, parlo e φαίνω (faino) metto in luce, rendo visibile.17 In analogia con il tedesco stimme, voce: dal greco στόμα (stoma) bocca, apertura, sbocco, deriva dalla base corrispondente ad accadico pa’um, bocca, citato poco sopra.18
All’inizio parlando di combinazione strutturale di suoni abbiamo introdotto il termine musica, dal latino musica, ae letteralmente l’arte delle muse. Dal greco μοῦςα (musa) la Musa, le Muse, dee del canto, della musica
Di particolare suggestione il fatto che le Muse sono venerate come ninfe delle sorgenti, delle fonti, simboli di fertilità creativa, richiamano la base accadica musu, musa’u, musiu, sorgente. Presiedono al pensiero e alla parola, sono nove: Calliope la poesia epica, Clio la storia, Polinnia la pantomima, Euterpe il flauto, Tersicore la danza, Erato la lirica, Melpomene la tragedia, Talia la commedia, Urania l’astronomia.19 Un po’ presuntuosamente, riteniamo questo richiamo alla fecondità creativa una conferma dell’assunto della nostra ricerca: il suono e suoi termini discendenti sono dotati di una caratteristica esclusivamente umana, la creatività, come le immagini mentali da cui deriva il linguaggio per insorgenza interna dal profondo dell’uomo.


note
1 Le particelle iniziando ad oscillare trasmettono il movimento alle altre particelle vicine e queste a loro volta ad altre ancora, provocando una variazione locale della pressione; in questo modo un semplice movimento vibratorio si propaga meccanicamente originando una onda sonora (o onda acustica) che è pertanto onda longitudinale.
2 Nel caso del suono, la frequenza, è in diretta, ma non esclusiva, relazione con la percezione dell’altezza.
3 L’intensità è in diretta, ma non esclusiva, relazione con il cosiddetto volume del suono.
4 treccani.it
5 L’orecchio umano percepisce solo i suoni che vanno da 20 a 20.000 oscillazioni al secondo. Al di sotto abbiamo gli infrasuoni, al di sopra gli ultrasuoni. Il sonar, ma anche i delfini ed i pipistrelli percepiscono gli ultrasuoni mentre gli elefanti, i pesci ed i cetacei percepiscono gli infrasuoni. 6 Il valore di riferimento, stabilito dalla Conferenza di Londra del 1939, è 440 vibrazioni doppie, quindi 880 semplici.
7 treccani.it
8 La più piccola unità di suono distintiva che ha la capacità di formare le parole.
9 Le parole determinano il significato (la semantica è la parte della linguistica che si occupa dello studio del significato, cioè della parola dotata di significato), il significante invece è l’elemento formale, fonico e grafico che insieme al senso costituiscono il linguaggio umano.
10 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 491
11 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 360
12 L’aulos è un antico strumento a fiato a due o più canne
13 l’Enciclopedia Dizionario di latino La Biblioteca di Repubblica pag.1992
14 Ivi p. 199315 G. Semerano, Op., cit., p. 570
16 Il verbo voco, chiamo, grido, urlo, richiama la base corrispondente ad accadico baku ivi p. 618
17 La voce orfica Φάνης (Fànes) Fanete, dio creatore, dalla base accadica banu creare, dare alla luce. Mentre φαίνω (faino) richiama l’accascio panu vista. G. Semerano Op., cit., pp.302 – 306 – 311
18 ivi p. 311
19 Pierre Grimal Enciclopedia dei miti Garzanti p. 430

(torna al MENU)

TEMPO

Chiodi infissi nella parete:
da sempre gli uomini usano immagini concrete per raccontare di una realtà non percepibile

Il tempo è la dimensione nella quale si concepisce e si misura la successione continua di istanti in cui si svolgono gli eventi. Questi ultimi possono essere descritti in un tempo che può essere passato, presente o futuro. Tutto ciò che si muove e si trasforma è così descritto, oltre che chimicamente e fisicamente, anche a livello temporale. Alcuni esempi tra i più immediati della correlazione tra tempo e moto sono la rotazione della Terra attorno al proprio asse, che determina la distinzione tra il dì e la notte, ed il suo percorso su di un’orbita ellittica intorno al sole (la cosiddetta rivoluzione) che determina le variazioni stagionali.1
    Dal latino tempus, -oris neutro,2 Semerano ci racconta che il temine é legato all’operazione di infiggere il temo, -onis (detto anche clavus), il chiodo o il palo, nella parete del tempio di Giove Massimo, perché, come dice Livio (VII, 3), era “antica legge scritta con caratteri e parole arcaiche che nelle idi di settembre fosse infisso un chiodo, clavus, nel lato destro del tempio di Giove Massimo, dalla parte del tabernacolo di Minerva. Si dice che quel chiodo, essendo in quel tempo poco diffusa la scrittura, servisse a segnare il numero degli anni… Il console Orazio, consacrando il tempio di Giove Ottimo Massimo l’anno dopo la cacciata dei re, iniziò questa consuetudine”.
Approfondendo Semerano veniamo a sapere che si cominciò a conficcare i clavos per dare rilievo ad azioni da ricordare. Tempus richiama antiche basi corrispondenti ad accadico, temmu 3 ed epusu, dalla cui unione (tem-epu) si svela il collegamento tra celebrare un rito (da ricordare) e un chiodo (da infiggere). Ne possiamo dedurre che con un oggetto concreto, il chiodo, e una semplice attività umana, mettere un chiodo, si rende comprensibile il concetto di tempo, proprio grazie ad una immagine semplice collocata nello spazio.
Interessante conferma di questo viaggio dentro la parola “tempo” è l’etimologia di semper sempre, composto da sem-, segno (vedi semantica), a ricordo perenne, e -per attraverso: con un segno… si può fissare per sempre un evento.4
    In latino chiodo oltre a temo si dice clavus, i ma anche, con una diversa declinazione, clavis, is che significa chiave, dal greco κλείς, κλειδός (cleìs, cleidòs)5 con cui, percorrendo una derivazione etimologica secondaria, scopriamo che la chiave è la parola finale di un lungo processo di adattamenti linguistici di cui “una sbarra di legno per chiudere” è immagine veramente scenografica.
Tornando alla ricerca principale, tempo in greco antico si dice ώρα (ora)6 e vediamo che, come il mondo romano e sumerico, anche la civiltà greca affronta la non percettibilità della dimensione del tempo creando figure e immagini riconoscibili e popola l’Olimpo con divinità legate al trascorrere delle ore e delle stagioni. ́Ωραι (Orai) le Ore, figlie di Zeus, sono le custodi delle porte celesti.7 Sono le divinità delle stagioni, solo tardivamente arrivarono a personificare le ore del giorno. Le Ore, appunto, sono figlie di Zeus e di Temi e sorelle delle Moire, i Destini.8 Hanno un doppio aspetto: divinità della Natura, presiedono al ciclo della vegetazione e dell’ordine (figlie di Temi Giustizia) assicurano il mantenimento della società. Sono raffigurate come tre ragazze in atteggiamento elegante, mentre tengono in mano un fiore o una pianta, ma sono considerate come esseri astratti, dalla personalità incerta e non hanno quasi alcuna parte nelle leggende. Soltanto in una allegoria tardiva una delle Ore va in sposa a Zefiro (il vento dell’ovest, il vento per eccellenza della primavera), dal quale ha un figlio, Carpo, il Frutto.9
    Ώρα (ora) in greco deriva dall’accadico urah, urhu, cammino e, specificamente, cammino del sole. Ma anche in accadico urru giorno e urra nel giorno. Il giorno (dí e notte) fu diviso probabilmente la prima volta in ventiquattro ore da Ipparco (150 a. c.). Prima era diviso in dodici parti secondo l’uso babilonese (Erodoto 2, 109). Infatti la giornata babilonese comprendeva dodici ore doppie, dette bere.10
Ώρα (òra) attico, ώρη (òre) ionico ha anche il significato di attenzione, preoccupazione, 11 cura. Dal verbo ὀράω (orào) vedo, οὖρος (ùros) guardiano, ώρα, come sopra, attenzione, cura.
Tempo in greco antico si dice anche χρονός, -ου (cronòs, -u) che può essere tradotto in tempo della vita, età, stagione, parte dell’anno. Semerano afferma che se ne ignora l’etimologia, fa riferimento all’accadico harranu, tempo, che come dicevamo sopra, si traduce letteralmente in “il cammino del sole”. La formazione di χρονός, -ου é influenzata dalla base corrispondente ad accadico qarnan intesa come i corni della luna che segna le fasi: qarnum.12
    Nella mitologia per una similitudine di pronuncia (Κ e Χ aspirato) si é considerato Crono come il Tempo personificato. É il figlio più giovane d’Urano, il Cielo e di Gaia, la Terra. Appartiene alla prima generazione divina, quella anteriore a Zeus. Ha sposato la sorella Rea e poiché Urano e Gaia, depositari della saggezza e della conoscenza dell’avvenire, gli avevano predetto che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli, divorava questi man mano che nascevano. Rea adirata per vedersi privata di tutti i figli, avendo in grembo Zeus, mise in atto uno stratagemma, dandogli da mangiare una pietra avvolta da un pannolino. Una volta adulto Zeus detronizzò Crono e divenne il dio più grande dell’Olimpo. Nella tradizione religiosa orfica, Crono riconciliatosi con Zeus che lo considera un re buono, il primo che abbia regnato su cielo e terra, ha dato inizio alla cosiddetta Età dell’oro: gli uomini vivevano come gli dei, liberi da affanni, al riparo dalle fatiche e le miserie. Ci piace far risalire proprio all’accostamento di Crono, con l’Età dell’oro, il motivo dello scambio di “pronuncia” da Κ e Χ e la conseguente traduzione di Χρόνος in tempo astratto e tempo della vita.13

Popoli diversi tra loro hanno in comune la creazione di figure legate al quotidiano o personaggi mitologici con cui riferirsi a quell’entità difficile da comprendere che è il tempo. Stiamo parlando del tempo della natura, quello del giorno e della notte, quello delle stagioni, e quello della vita cosciente.
Più complesso e quindi oggetto di successive ricerche è il tempo umano non cosciente, quello della identità e dei rapporti, quello che inizia con la nascita e che è tutt’uno con il movimento. Non misurabile… solo i poeti e gli artisti riescono a farcelo intuire.
Καιρός, -ου (kairòs, -ù) in greco sta ad indicare la giusta misura, l’occasione, il momento buono, il tempo giusto e in fase tardoellenistica il valore di tempo. Dall’antico babilonese karu misura, incrociato con basi ebraiche qare occasione, momento particolare.14 A tal proposito ne nasce un neologismo riferito al tempo “cairologico”, cioè quello opportuno , l’istante delle occasioni. La mitologia greca ce lo raffigura come un ragazzo con le ali ai piedi, con la testa rasata tranne che per un ciuffo davanti, sopra la fronte: per prendere Kairos si devono avere riflessi affilati e mente acuta, essere pronti ad afferrare il ciuffo mentre sta arrivando, veloce come il vento, una volta passato non c’è più modo di raggiungerlo; la mano, su una nuca rasata, non trova più la presa.15
    Per conoscere quella dimensione invisibile che é il tempo l’uomo ha collocato nello spazio immagini concrete e oggettive. La differenza da una stagione e l’altra e il succedersi del giorno e della notte lo hanno aiutato a rafforzare il fluire del tempo. Ma oltre al tempo oggettivo, misurabile con la clessidra, la meridiana e l’orologio c’é il tempo interno quello dell’identità e dei rapporti. Campo di ricerca recentissimo per gli psichiatri che lavorano sulla formazione dell’identità e sulla capacità di avere rapporti positivi, al tempo lineare della razionalità, si vuole contrapporre, attraverso la “ricreazione” il tempo circolare della realtà psichica.


note

1 Wikipedia.it
2 Il neutro in latino è utilizzato per indicare le cose, mentre il femminile e il maschile rispettivamente per il genere corrispondente di cose animate. E’ esperienza comune che il tempo sia una cosa-dimensione benché invisibile, quindi di genere neutro.
3 temmu, timmu… tem-, piolo, palo, chiodo, da confrontare con il latino temo, -onis, la barra del timone ed epusu, azione rituale, opera o epesu, fare, costruire, celebrare un rito. G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 586
4 semper, sempre, a perenne memoria, attraverso i segni (i chiodi) lasciati per notare gli anni. Dalla base semitica sem-, corrispondente ad aramaico sema, accadico sumu, ebraico sem, segno, a ricordo perenne, con l’affisso –per attraverso, tra (accadico eperu, traversare, attraversare). Così Livio, (7, 5 e ssg.), sollemne clavi figendi, in cui solemne è composto da sollus-annus, anno completo, annuale, rituale, quindi solenne. ivi p. 561
Può essere utile un chiarimento sul termine affisso: in linguistica si chiama affisso un elemento che si aggiunge a una parola per formarne un’altra. Nella grammatica normativa tradizionale si distinguono tre tipi di affisso: prefisso, infisso e suffisso, a seconda che l’elemento si aggiunga all’inizio, in mezzo o alla fine della parola di base.
5 κλείς, κλειδός (cleìs, cleidòs) nel significato di sbarra, chiave e κλάδος, -ου (clàdos, -u) ramoscello tagliato e κλάω (clao), faccio in piccoli pezzi cioé “una sbarra di legno per chiudere”, dall’accadico kalu, sbarrare, chiudere e isu, pezzo di legno. ivi p.141
6 ώρα (ora), ionico ώρη (òre) periodo definito di tempo, stagione, buona stagione, momento favorevole, ora; ώρος (òros) anno. G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 326
7 ibidem
8 le Moire sono tre: Eunomia, Diche, Irene, cioè Disciplina, Giustizia e Pace.
9 P. Grimal Enciclopedia dei miti Garzanti p. 458
10 bere,beru significa ora doppia, dodicesima parte del circolo. G. Semerano ivi p. 326 11 G. Semerano ivi p. 210 (vai ad ὀράω vedo)
12 G. Semerano ivi p. 320
13 P. Grimal ivi p.146
14 G. Semerano Le Origini Della Cultura Europea Vol.II Dizionari Etimologici Leo S. Olschki Editore Firenze 1994 p. 129 15 una parola al giorno.it

 

(torna al MENU)

URLO

onomatopeico del latino ululo, del greco υλὰω (ulào),
dell’accadico alalu

Grido forte e prolungato proprio di un animale (l’urlo del lupo), ma anche dell’uomo (emettere o cacciare un urlo; urla di gioia, di rabbia, di spavento). E’ usato ad indicare una parola o un discorso concitato e rabbioso pronunciato ad alta voce: “lo investì con le sue urla”. Figurativamente indica un suono acuto e prolungato, un rumore fragoroso per esempio quello della sirena e del vento.1
Dal latino ululo, -as, -avi, -atum, -are ululare, riferito ad animali; riferito a persona col significato di levare alte grida; riferito a luoghi col significato di risuonare, echeggiare.
Il verbo usato in modo transitivo indica: invocare con grida, riempire di urla, far risuonare di ululati.2
Senza la sapienza di Giovanni Semerano ci saremmo fermati etimologicamente al latino, lui, invece, va oltre e ci rimanda al greco υλὰω (ulào)3 abbaio, ma più comunemente usato υλακτέω (ulactèo) abbaio, ululo; in senso figurato Omero nell’Odissea 20, 13 (κραδίη δέ οἰ ἒνδον ὐλάκτει – cradìe dè oi èndon ulàctei – dentro gli urlava il cuore).
E’ da confrontare con ὀλολύζω (ololùxo)4 gridare invocando gli dei ad alta voce, gridare forte, di donne che gridano in modo sostenuto nelle preghiere o nel rendere grazie agli dei; con il latino ulula barbagianni e ulucus gufo tutte voci onomatopeiche (l’onomatopea5 è la formazione di una parola che imiti un suono, evochi attraverso i propri suoni ciò che significa, per es. bau,bau, chicchirichì ),6 insieme al più gioioso ἀλαλάζω (alalàxo) costruito su ἀλᾶλαί (alalaì) esclamazione di gioia nel significato di levare un alto grido, dall’accadico alalu, ebraico hillel, siriaco hallel levare un canto.7
    Strillare è urlare con voce alta e acuta; figurativamente protestare vivacemente, dire a voce altissima da stridulus, -a, -um stridulo, cigolante e da strido, -is, stridi, -ere strìdere, mugghiare.8 Dal greco τρίζω (trìxo) è onomatopeico dall’accadico t- rigmu voce.9
    Gridare è parlare ad alta voce dal latino volgare critare invocare soccorso10 dal latino quiritare invocare l’aiuto dei Quiriti epiteto dato ai cittadini romani nel loro complesso in riferimento alle funzioni civili; Quirites è fatto derivare, dagli antichi, dal nome degli abitanti di Cures,11 capitale della sabina. Dall’accadico qeru gridare.12


note

1 l’ Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 3383
2 l’ Enciclopedia Dizionario di Latino la Biblioteca di Repubblica p. 2213
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 299
4 Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 895
5 E’ la creazione di elementi lessicali che vogliono suggerire acusticamente, con l’imitazione fonetica, l’oggetto o l’azione significata: onomatopea, dal greco ὂνομα-ποιέω (ònoma-poièo), tradotto letteralmente: creazione di un nome. Dal latino nomen, -inis nome,denominazione, rinomanza e dal greco ὂνομα (ònoma) ed entrambi dall’accadico nabum nominare, chiamare dal sumero inim parola. Dal greco ποιέω (poièo) fare, produrre, creare.
G. Semerano, Op. cit., pp. 209 – 236 – 486
6 7 8 9
l’Enciclopedia Diz. di Ital., Op. cit. , p. 2066 G. Semerano, Op. cit., p. 299
l’ Enciclopedia Dizionario di Latino, Op. cit., p. 2025 G. Semerano, Op. cit., p. 295
10 A. Nocentini l’Etimologico Vocabolario della lingua italiana, Editore Le Monnier p. 527 11 l’ Enciclopedia Dizionario di Latino, Op. cit., p. 1775
12 G. Semerano, Op. cit., p. 539

(torna al MENU)

UTOPIA

l’ottimo luogo (non è) in nessun luogo

A proposito del termine utopia l’Enciclopedia Dizionario di Italiano de La Repubblica dice: “è un modello immaginario di una società perfetta, dove gli uomini vivano nella piena realizzazione di un ideale politico e morale. Ideale irrealizzabile, progetto inattuabile”.1
Il termine è stato creato dallo scrittore inglese Tommaso Moro (1478 – 1535) ad indicare il nome dell’isola immaginaria in cui ambientò l’omonimo romanzo scritto in latino, affascinante nella sua fantastica costruzione e articolazione.2
É una sorta di rappresentazione del sogno rinascimentale di una società pacifica basata sulla centralità della cultura, approfondimento del pensiero umanistico che aveva spostato l’interesse dal mondo naturale all’uomo.3 Passando dalla letteratura alla filosofia ecco i socialisti utopistici che propongono società ideali fondate su precise teorie socio-politiche per arrivare al marxismo e alla sua utopia rivoluzionaria.
E’ un neologismo4 frutto della latinizzazione dal greco οὐ- (u-) e τόπος (tòpos) “non luogo” e in questo significato appare nella prima edizione del 1516, di cui appunto quest’anno ricorre il cinquecentesimo anniversario. Invece nell’edizione di Basilea del 1518 viene aggiunta una sestina che contiene una nuova parola ἐυτοπεία (eutopeìa) la cui etimologia crea con l’altro termine οὐτόπος (utòpos “non luogo”) una voluta ambiguità.
Tommaso Moro è un filosofo contraddittorio, conservatore e religioso, ma, a suo modo, davvero originale.
Allora, da una parte abbiamo utopia (termine latinizzato) che è composto da οὐ– che significa “non” e τόπος (topòs) che in greco vuol dire luogo e quindi la parola diventa “non luogo”.
Dall’altra eutopia ἒυ- τόπος (eu-tòpos) in cui ἒυ– significa bene e quindi ne deriva la dizione di “ottimo luogo, possibile”. In greco τόπος (tòpos) è luogo, spazio, largo.
La congiunzione delle due accezioni (utopia e eutopia) ovvero “l’ottimo luogo (non è) in nessun luogo” ha dato vita al significato attuale della parola che, filosoficamente parlando, trasforma l’ambiguità in contraddizione e ricchezza di pensiero.5
Ma, riprendendo l’etimologia del termine τόπος, -ου (tòpos, -u) in greco originariamente ha il significato di largo; successivamente assume il significato di spazio, luogo, regione, parte del corpo. Τοπάζω (topàzo) mi oriento in un luogo, faccio mente in un luogo, ma anche, quasi sorprendente, divinare.6 Dalla base corrispondente all’aggettivo accadico tap’um disteso, ampliato e sempre dall’accadico tapa’um estendersi, allargarsi.7


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica, p. 33902 l’Etimologico di A. Nocerini Le Monnier p. 1307
2 Nella prima parte di Utopia, Moro presenta l’Inghilterra del XV secolo elencandone i difetti, le contraddizioni, soprattutto sociali ed economiche.
Nella seconda parte, invece, avviene la narrazione del viaggio che Raffaele Itlodeo, viaggiatore-filosofo, compie per primo nell’isola di Utopia, una societas perfecta, creata dal suo primo re, Utopo, che con un’opera titanica tagliò l’istmo che la congiungeva con il continente. Utopia è divisa in 54 città (che rimandano alle 54 contee inglesi), tra le quali la capitale Amauroto. Utopia, a differenza dell’Inghilterra, ha saputo risolvere i suoi contrasti sociali, grazie ad un innovativo sistema di organizzazione politica: la proprietà privata è abolita, i beni sono in comune, il commercio è pressoché inutile, tutto il popolo inoltre è impegnato a lavorare la terra circa sei ore al giorno, fornendo all’isola tutti i beni necessari. Il resto del tempo deve essere dedicato allo studio e al riposo. In questo modo la comunità di Utopia può sviluppare la propria cultura e vivere in maniera pacifica e tranquilla.
L’isola è governata da un re che ha il potere di coordinare le varie istituzioni e di rappresentare il suo popolo. Il governo è affidato a dei
magistrati eletti dai rappresentanti di ogni famiglia, mentre vige il principio (rivoluzionario per l’epoca) della libertà di parola e di pensiero e soprattutto della tolleranza religiosa.
L’isola si basa su una struttura agricola ed è proprio l’agricoltura a fornire i beni utili per industrie, artigianato… Si produce solo per il
consumo e non per il mercato. Oro e argento sono considerati privi di valore e i cittadini non possiedono denaro ma si servono dei magazzini generali secondo le necessità. La città è pianificata. I figli sono accuditi e allevati in sale comuni e sono le stesse madri ad occuparsene. Gli utopiani trascorrono il loro tempo libero leggendo classici, occupandosi di musica, astronomia e di geometria. wikipedia.it
3 Sulla scia di Moro seguono La città del sole (1602) di Tommaso Campanella, La nuova Atlantide (1627) di Francesco Bacone
4 In greco antico esisteva il termine ἄ – τοπος (àtopos), letteralmente tradotto come “fuori posto”, straordinario, insolito relativamente ai sintomi di una malattia.Ma anche paradossale, strano riferito ad una persona. Con il significato di assurdo, enorme è riferito alle azioni. Come avverbio ἄτοπως (àtopos) è assurdamente, stranamente. Dizionario illustrato greco – italiano di H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 199

(torna al MENU)

VENTO

È colui che soffia

Spostamento di masse d’aria, dovute a differenze di temperatura e di pressione, che si determinano fra una zona e l’altra dell’atmosfera; la “rosa dei venti” è il diagramma delle otto direzioni principali dei venti variabili ( quelli che non hanno periodi fissi dell’anno per esempio il libeccio o lo scirocco) e di quelle intermedie ( riferite ai punti cardinali per esempio quello di grecale o di maestrale). Il termine è usato anche nel significato di aria  o corrente d’aria, si dice comunemente “aria di fronda” ad indicare un atteggiamento di ribellione.1
Dal latino ventus, -i vento. Metaforicamente si usa per dire “vento favorevole” per parlare di fortuna (vedi): venti secundi è la buona sorte, Orazio Epistole 2. 1. 102 2
Ha corrispondenze con l’ittita huwant e deriva dalla radice indoeuropea we- soffiare, sanscrito vati, con il significato di “colui che soffia”; in antico tedesco wint , in inglese wind3. A sua volta soffiare è emettere aria con forza da una piccola apertura lasciata tra le labbra riunite e protese; detto del vento è “soffiare” e qui, come per incanto, i due termini (soffiare e vento) si “toccano” a svelare la loro radice (etimologica) comune.4
Dal latino sufflo, -as, -avi, -atum, -are (composto da sub sotto e flo spiro) gonfiare ( suffla tibi buccas gonfiati la bocca per soffiare Plauto Sticus 724)5
Quindi il verbo flo, -as, -avi, -atum,-are soffiare  fluo,-is, fluxi, fluxum, -ere fluire di liquidi, ma anche spirare del vento.6
G. Semerano parlando del latino flo (io soffio) ci richiama il verbo greco πνέω (pnèo) soffiare. A torto si credette da onomatopea, invece corrisponde all’accadico napahu, panahu spirare, soffiare e alla base accadica pena, panu volgersi verso, girare del vento.7
   Il vento nella mitologia greca è rappresentato da Eolo, in alcuni bassorilievi è descritto come un giovane uomo intento a soffiare intensamente ed a piegarne la vegetazione antistante. Quando Zeus decise di rinchiudere i venti in alcune anfore perché li riteneva pericolosi se lasciati in libertà, sua moglie Era suggerì di nasconderli in una grotta del mar Tirreno e di affidarne la custodia ad Eolo.
Nell’ora della sua morte Eolo, ritenuto troppo prezioso da Zeus, rimase a guardia dei venti nella grotta delle isole Eolie: divenne così immortale. Per Era Eolo era al pari degli altri olimpi, ma Poseidone lo considerava un intruso, poiché si riteneva lui il padrone del mare e dell’aria.8


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Latino La Biblioteca di Repubblica p. 2266
2 l’Etimologico di A. Nocerini Le Monnier p. 1307
4 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano  Op. cit. pp. 2973 – 2974
5 l’Enciclopedia Dizionario di Latino Op. cit., p. 2060
6 ivi pp. 838 – 842
7 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II  DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee  Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 236
8 wikipedia. it


(torna al MENU)

VOLTO

Il tuo volto è la mia immagine interna…
è desiderio

Il dizionario lo definisce come viso, faccia; aspetto esteriore, modo di presentarsi di qualcosa (i mille volti della realtà); carattere, natura (ha rivelato il suo vero volto).1
E’ un prestito del latino vultus e voltus, -us, espressione del volto, sguardo, fisionomia, immagine, ritratto e chiama arditamente in campo il verbo latino volo, vis, volui, velle, volere e specificatamente nel suo significato di “mettere gli occhi su”, desiderare e quindi volere.2
In Semerano voltus e vultus si traducono in aspetto, espressione che denota i sentimenti spesso di durezza, dignità, cipiglio, vista. Se ne ignorò l’origine e si ipotizzò una radice indoeuropea uel, wel- vedere. Dall’accadico baltu, fisionomia buon aspetto, dignità e bultu dignità, imbarazzo. In Lucrezio voltus ha il valore di vista: ciò presuppone un incrocio con l’accadico berutu, birutu, visione, vista, da baru vedere.3
Video, volo, vis, voltus e volup: una sequenza di assonanze che si intrecciano tra loro e affondano le loro radici in un unico verbo, desiderare.
Vedere è l’azione che facciamo per porre dentro di noi l’immagine esterna, che ci risuona (vedere con gli occhi della mente); volere è letteralmente “cerco con vivo desiderio”, dove la base vo– di volo corrisponde all’accadico bu’’u, assiro ba’’u cercare, desiderare e la seconda componente di volo è della stessa base del greco λῶ, λῆς, λῆν (lò, lès, lèn) desiderare, dall’accadico lalu desiderio appunto e volere. Voltus è immagine, è espressione che denota i sentimenti, dicevamo poco sopra. Volup è un avverbio col significato originario: “che è come desidera il cuore, che cerca sesso” con due basi, di cui la prima si ritrova in vo– di volo e la seconda in libet, libido, -inis (sostantivo femminile) piace, è gradevole, dal semitico lubb cuore, dall’accadico libbu desiderio.4


note
1 l’Enciclopedia Dizionario di Italiano La Biblioteca di Repubblica p. 3492
2 l’Etimologico di A. Nocentini Vocabolario della lingua italiana p. 1334
3 G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II Dizionari Etimologici Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 p. 617 4 ivipp.170-612-617

(torna al MENU)

ZERO

in arabo sifr, in latino zephiro, in veneto zevero e poi zero

Zero in araboصفر (sifr) vuoto, è il numero che precede 1(uno) e gli altri interi positivi e
segue i numeri negativi. Significa anche niente o nullo.1 Dall’arabo ”sifr” all’italiano cifra, ciascuno dei segni con cui si rappresentano graficamente lo zero (cifra non significativa) e i numeri dall’uno al nove (cifra significativa) secondo il sistema diffuso dagli arabi, detti perciò cifre arabe. Mentre i segni secondo l’uso romano: I, II, III, ecc. si chiamano più comunemente numero2 romano.3 Lo zero nella scrittura dei numeri, può trovarsi in due posizioni, una intermedia (tra gli altri numeri) oppure alla fine. Queste due posizioni riflettono due funzioni completamente diverse, quella dello zero mediale (marca una assenza), infatti il numero106 ad esempio indica un’assenza delle decine (106= 1 centinaia, 0 decine e 6 unità) e quella dello zero operatore. Quest’ultimo è quel numero che si aggiunge “n” volte ad una cifra e serve a trasformarla in un valore “n” volte più grande, secondo la base scelta. Ad esempio, considerando la base 10, se al numero 16 si aggiunge uno zero, diventa 160. Tale numero risulta essere dieci volte più grande di quello originario (il 16); aggiungendo un ulteriore zero, si ottiene 1600 vale a dire un numero cento volte più grande di 16.
Il simbolo dello zero deriva dalla prima lettera greca (“o” omicron) della voce “ο”-ὐδέν (udèn) nulla, di nessun valore,4 vuoto dicevamo all’inizio. Gli arabi appresero dagli abitanti dell’India il sistema di numerazione posizionale decimale e lo trasmisero in Occidente durante il Medioevo. Fu in particolare il matematico Leonardo Fibonacci (Pisa 1175-1235) a far conoscere la numerazione posizionale in Europa, nel suo “Liber abbaci”, pubblicato nel 1202, egli tradusse l’arabo “sifr” in latino “zephirum”; da questo il veneziano “zevero” e quindi, oggi, in italiano “zero”.5


note
1 wikipedia.it
2 dal latino numerus, -i computo, novero, numero, calcolo per l’avvicendarsi di soli, di giorni. Dal greco μήν (mèn) luna deriva da una base che significa numerare dall’accadico manu numero: il computo è fatto per lunazioni e giri di sole. Numerus deriva dalla base corrispondente all’accadico na-maru illuminarsi, farsi chiaro, detto degli astri. Non ci deve sfuggire, parlando di calcolo, l’assonanza al termine mano, dal latino manus, -us, come sopra dall’accadico manu numero. Affascinante è scoprire che la mano è indispensabile, dalla notte dei tempi, come base del sistema di calcolo per digitazione. Il “cinque” latino è il simbolo della mano: il latino “quattuor”
scopre il computo per digitazione col sistema quaternario, consistente nel contare con il pollice le altre dita della mano.
G. Semerano, Le origini della cultura europea, Vol. II DIZIONARI ETIMOLOGICI Basi semitiche delle lingue indoeuropee Leo S. Olschki Editore, Firenze 1994 pp. 468 – 488
3 treccani.it
4Dizionario illustrato greco – italianodi H.G. Liddell e R. Scott a cura di Q. Cataudella, M. Manfredi, F. Di Benedetto Le Monnier-Firenze 1975 p. 928
5 wikipedia.it

(torna al MENU)

Ultimo aggiornamento 3 maggio 2017